L’educazione di Tara Westover

Ho letto un libro bello. Nonostante io creda di essere ormai una super esperta e che sappia scegliere molto accuratamente cosa mi piace leggere (o forse proprio per questo) mi capita sempre più raramente di leggere libri belli. E quasi mai mi capitano delle sorprese, tipo stupirmi dopo la lettura di un libro che mi è capitato per caso.

L‘educazione di Tara Westover è uno di questi casi. L’ho letto dopo aver guardato su Netflix Unorthodox (a proposito guardatela se vi manca, sono solo 4 puntate), miniserie che parla della fuga di una ebrea ortodossa newyorkese dalla sua comunità. Girovagando tra le recensioni della serie ho trovato dei consigli di lettura, tra cui questo libro.

E’ un romanzo di formazione che mi ha ricordato tantissimo Stoner di John Williams. E’ una storia autobiografica che mi ha colpita anche perché la protagonista ha più o meno la mia età e i suoi ricordi di eventi della nostra comune adolescenza mi sono sembrati completamente deformati, come se fossero accaduti in un’altra dimensione. Il motivo di questa apparente distopìa è che Tara Westover è una ragazza cresciuta in una famiglia di Mormoni americani. Diversamente dalla protagonista di Unorthodox, Tara sceglie di non fuggire ma prova, con esiti spesso disastrosi, a conciliare l’amore per la sua famiglia e la sua necessità di autodeterminazione.

E’ uno di quei libri di cui senti il bisogno di discutere con qualcuno: mentre lo leggevo facevo un elenco mentale delle persone a cui consigliarlo o regalarlo. E’ un libro che sarebbe davvero piaciuto ai membri del club del libro della mia libreria, in cui ognuno secondo me avrebbe ritrovato qualcosa di personale. Sì perché tutti, mormoni o no, abbiamo una famiglia che è punto di partenza del nostro confronto con il mondo, che spesso si trasforma in una gabbia invisibile, che a volte è tossica, sui cui legami devi imparare a riflettere e a volte emanciparsi. E con questo non sto parlando della mia famiglia ma, con onestà, delle famiglie di tutti. Che io al mulino bianco ci ho sempre creduto poco.

Ecco, la Westover mi ha ricordato che Tolstoj aveva decisamente ragione quando diceva “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.” con l’eccezione che ancora mi chiedo cosa intendesse davvero Tolstoj per “famiglie felici”.

Non leggete questo libro se vi interessano i mormoni americani, non ne vale la pena. Leggetelo se vi interessano le famiglie, l’evoluzione dei singoli, le possibilità di essere stessi senza abbandonare le proprie origini. Leggetelo se qualche volta avete incontrato il disagio mentale, i disturbi della personalità. Leggetelo se vi sembra di non riuscire a far mai quadrare il cerchio tra quello che siete e ciò che si aspettano gli altri. E’ un libro che parlerà a molti di voi.

Riordinare

Quando nel 2014 uscì in libreria il primo libro di Marie Kondo, Il magico potere del riordino, ricordo il mio sconcerto sul numero di copie vendute. Non so se la stessa Marie avesse messo in conto un successo planetario: da quando un libro sul riordino diventa un bestseller? In un crescendo di perplessità ho visto sfilare sotto i miei occhi ristampe, manuali, album da colorare, un intero filone dedicato al fenomeno editoriale che a distanza di cinque anni ancora pare non essersi esaurito, dato che la notizia del momento è che ha pubblicato anche un libro per bambini. E sì, parla del riordino.

Non ho ancora avuto modo di sfogliarlo in libreria. Personalmente l’apice della perplessità l’avevo già raggiunto quando avevo provato a leggere il suo primo libro e l’avevo giudicato di una banalità disarmante. Intanto la popolarità cresceva e anche persone a me molto vicine mi dicevano di averlo trovato “illuminante”. Nessuno si è mai spinto a dirmi che gli abbia cambiato la vita ma è evidente che la Kondo affascinava tutti tranne me.

Ci ho riflettuto, e nel corso della mia riflessione mi sono guardata anche la sua serie su Netflix (sì addirittura) nella quale lei andava a casa di poveri sventurati che pranzavano sul divano perché non riuscivano a raggiungere il tavolo e dormivano sui loro vestiti ammucchiati, per arrivare a concludere che: non amo la Kondo perché, come mi ha ricordato recentemente una mia amica, io sono già troppo ossessivo compulsiva di mio per apprezzare l’ossessività di qualcun altro.

Io sono la Marie Kondo della mia famiglia. Il 28 dicembre, arrivata a casa dei miei genitori, ho stabilito che avevano troppa roba in giro e ho passato le due giornate successive a buttare la qualunque. A casa mia buttare le cose è difficilissimo, se le vedono decidono che sono indispensabili e bisogna tenerle, io a volte le faccio sparire di nascosto.

Mettere in ordine mi fa sentire più leggera, come se riordinare gli spazi mi aiutasse a tenere sgombra anche la mente. La mia libreria a casa è riordinata per colore, le pile di maglioni nel mio armadio per peso, i cosmetici per la parte del corpo alla quale sono destinati. Dal mio recente trasloco ho imparato che ho ancora troppa roba, ho stabilito che non devo comprare se prima non butto qualcos’altro. Non sempre ci riesco. Mi piace tantissimo mettere in ordine il sottotetto dei miei, inenarrabile regno del caos. Una delle mie occupazioni preferite in libreria era aprire i colli dei libri e sistemarli in giro per il negozio.

Perciò, pensandoci bene cara Marie, io e te potremmo essere migliori amiche, ma non chiedermi di salutare le magliette e ringraziarle per quello che hanno fatto per me prima di buttarle, c’è un limite a tutto. E non aprire mai il mio cassetto dei calzini, tutti abbiamo dei punti deboli. Tutti tranne te, forse.

Resistere

Il 7 gennaio è Capodanno, quello vero s’intende. Sì perché in fondo, tutti lo sappiamo, il primo gennaio conta solo per ingozzarsi di cotechino e lenticchie e fare gli scemi con le stelle filanti. E non contano i buoni propositi fatti alla mezzanotte, non ne applicheremo neanche uno prima di una settimana, neanche la dieta. SOPRATTUTTO LA DIETA. Non conta neppure se a Capodanno abbiamo lavorato, se siamo tornati al lavoro il due gennaio, prima del 6 il Natale non è finito.

Sì perché il Natale è uno stato mentale, una dimensione parallela inventata (almeno commercialmente parlando) per farci tornare bambini, almeno per un mese all’anno. Come faremmo a tollerare l’inverno senza il Natale? Io me lo domando sempre come farò, esattamente il 7 gennaio, quando ho appena finito di smontare il villaggio di Babbo Natale allestito per la casa e fisso mestamente la mia tisana detox.

La mia situazione attuale al 7 gennaio.

La soluzione per quest’anno me l’ha offerta l’anziano parroco della chiesetta in cui sono stata il giorno di Natale. Alla fine di una messa alla quale aveva partecipato un ristretto gruppo di parrocchiani piuttosto attempati, ha concluso con un «Buon Natale. Resistiamo».

Da quel giorno mi sono chiesta più volte che cose intendesse. Mi sono data molte risposte, più o meno scontate e alla fine ho pensato che fosse un augurio bellissimo perché in fondo ognuno può leggerci ciò che vuole, ognuno ha le sue battaglie personali, più o meno grandi, per le quali resistere.

Buon anno. Resistiamo.

Del femminismo vittoriano: Jane Eyre

E’ dunque possibile arrivare alla veneranda età di 32 anni, aver fatto la libraia, essere laureata in Lettere e non aver mai letto Jane Eyre? A quanto pare sì, mea culpa. Ultimamente ho acquistato un libro, una sorta di guida della letteratura, di cui vi parlerò prossimamente, che mi ha messa piuttosto in crisi rispetto all’esorbitante numero di classici che non ho ancora letto. Jane Eyre era lì che mi fissava dallo scaffale in salotto e ho deciso che era arrivato il momento.

Cosa si può dire di un classico che non sia ancora stato detto? Ben poco. Se devo attenermi ad un gusto personale devo ammettere che io preferisco romanzi un po’ più di azione, che so… Thackeray e Dickens per esempio li trovo molto più coinvolgenti. Così come ho trovato più coinvolgente anche Cime tempestose (che ho recensito qui), scritto da un’altra sorella Bronte (sapete che sono tre, tutte scrittrici e che all’epoca pubblicavano con uno pseudonimo maschile?), ma paragonare l’opera di un’autrice con quella di sua sorella mi pare poco cortese.

Di base potremmo dire che si presenta come un polpettone: lui ama lei, lei ama lui, lui ha una moglie pazza reclusa in soffitta. Lei ha la tipica infanzia difficile del romanzo inglese ottocentesco, fatta di orfanotrofi, geloni ai piedi, punizioni corporali e denutrizione. La campagna inglese è sufficientemente uggiosa e noiosa per non distrarre il lettore.

Ma… c’è un ma, occorre approfondire ed empatizzare con la condizione femminile del tempo per cogliere la modernità del romanzo. Jane Eyre è un’eroina che urla, pacatamente come solo sapevano fare le signorine dell’epoca, e tenta di affermare se stessa in un mondo profondamente maschilista e classista. Ho trovato molto interessante l’interpretazione secondo la quale la moglie reclusa e pazza è un alter ego di Jane, che è apparentemente libera ma imprigionata dalle convenzioni sociali.

Oggi siamo anni luce da quel protofemminismo, ma occorre ricordare che autrici come Jane Austen e le sorelle Bronte oltre ad avere il coraggio di scrivere in un mondo di scrittori solo al maschile, rappresentavano veri personaggi femminili in un’epoca in cui le donne non erano degne neanche di stare sulla pagina di un romanzo se non dipinte come angeli o come mostri demoniaci.

Non vi dico come va a finire, svelare la storia d’amore in un libro del genere è come rivelare l’assassino in un giallo. Sappiate solo che Jane alla fine la spunta, perché le donne la spuntano sempre.

Il censimento dei radical chic

Ho letto questo libro qualche mese fa, quando era molto molto chiacchierato (ed osannato). L’ho trovata una commedia carina, ironica, pungente il giusto, a tratti dark. Mi ha lasciata però con un senso di insoddisfazione, forse perché ci ho visto del potenziale ma non lo sviluppo che avrei voluto.

I fatti raccontati accadranno. Il libro si apre con questa profezia e questo e altri dettagli in effetti sono irresistibili, strizzano l’occhio al lettore, conquistano l’amante delle distopie che è in me. Cominci a leggere la storia e sei lì tutto il tempo a dirti che è vero, sta succedendo sul serio questa caccia alle streghe, questa aggressività latente verso gli intellettuali, questo clima feroce nei confronti della cultura. Non puoi che vederci la profezia che si avvera.

A questo punto però sei presissimo e ti aspetteresti che la storia decolli, che si cominci a fare sul serio, che lo scenario si faccia davvero a tinte fosche. Invece no, delusione. La storia continua a seguire l’andamento di una favoletta e a te rimane l’amaro in bocca (almeno a me).

Così alla fine del libro ti rimane impressa solo la ricetta di una torta, amata dalla protagonista, la torta con il nome più radical chic che si potesse scegliere: torta sefardita alle arance. Il procedimento è strano, mi è rimasto in testa per mesi. Si può dire che abbia aspettato la stagione delle arance solo per soddisfare questa curiosità. Per il momento mi sembra amarognola come il libro, vi saprò dire.