La libreria degli scrittori

Milano, 27 giugno 2014 – La piattaforma di editoria digitale Bookrepublic e l’agenzia letteraria Grandi & Associati in collaborazione con Oliviero Ponte di Pino danno il via a una iniziativa editoriale con una missione precisa: rilanciare, grazie al digitale, libri altrimenti perduti per renderli disponibili ai lettori.

Da oggi è on line il sito della Libreria degli Scrittori (www.libreriadegliscrittori.it)

La Libreria degli scrittori permette di rendere disponibili alla lettura testi introvabili, tanto su carta quanto in ebook. Per i più svariati motivi: perché sono fuori catalogo, perché sono esauriti, perché sono finiti al macero, perché i diritti sono scaduti, perché nessuno li ristampa, perché nessuno li ha voluti, perché nessuno li cerca o perché nessuno li trova.

I libri, o meglio gli ebook, che i lettori trovano sugli scaffali della Libreria degli scrittori sono scelti e consigliati da scrittori che con quei libri hanno particolari affinità e che ritengono utile (o semplicemente piacevole) poterli ancora leggere e consigliare.

In un mondo in cui i ruoli si fanno sempre meno rigidi, gli scrittori diventano librai, mettono la loro esperienza e le loro conoscenze al servizio dei lettori e li aiutano a orientarsi all’interno di una moltitudine di proposte con una bussola che non indica solo il polo delle classifiche dei più venduti. E fanno loro l’orgoglioso motto dei librai di una volta: “non esistono libri esauriti”.

Oliviero Ponte di Pino, nel suo ruolo di “Direttore della Libreria”, spiega: “È uno spazio in cui si possono incontrare scrittori e lettori, per scambiarsi consigli e pareri e condividere le loro passioni. Vuole diventare un luogo dedicato a chi ama i libri, a prescindere da generi e categorie editoriali; l’unico criterio che cerchiamo di seguire è la qualità e l’interesse dei testi, sia di saggistica sia di narrativa”.

La qualità editoriale degli ebook in vendita nella Libreria degli scrittori è la più alta possibile perché tutti i testi pubblicati si valgono della cura degli stessi autori (o dei loro eredi) e di una redazione cresciuta nel culto dei libri ‘ben fatti’, convinta che il contributo del lavoro editoriale sia essenziale per l’aumento del piacere della lettura.

Il nome dell’iniziativa, Libreria degli scrittoririprende il nome di un’iniziativa nata a Mosca, tra il 1918 e 1922, ad opera di un gruppo di intellettuali: sono anni in cui le tipografie hanno smesso di lavorare e ogni attività editoriale è schiacciata fra la censura bolscevica e un’inflazione che fa lievitare i prezzi giorno dopo giorno. Alcuni di loro, insieme a scrittori, “pensarono bene di lanciarsi nell’impresa apparentemente dissennata di aprire una Libreria degli scrittori, che permettesse ancora ai libri, e soprattutto a certi libri, di circolare. (…) Non più un luogo dove si producevano libri nuovi, ma dove si tentava di dare ospitalità e circolazione ai libri numerosissimi – talvolta preziosi, talvolta comuni, spesso spaiati, comunque destinati a essere dispersi – che il naufragio della storia faceva approdare sul banco del loro negozio” (L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, Adelphi 2013).

La Libreria degli scrittori apre oggi con le stesse motivazioni e gli stessi obiettivi che aveva quella moscovita quasi un secolo fa: grazie alle risorse del digitale, è possibile mantenere il cosiddetto “catalogo”, ovvero una nutrita lista di titoli non soggetti ai tempi e ai ritmi – spesso frenetici – dei calendari editoriali di oggi.

La Libreria degli scrittori vaglierà ogni proposta di collaborazione e di pubblicazione che riguardi testi i cui diritti digitali siano nella disponibilità degli autori.

L’iniziativa mi ha incuriosita per diverse ragioni:

1 intanto il fatto che una libreria online di ebook diventi editrice di testi però molto particolari, irreperibili, perduti, fuori catalogo;

2 che alle spalle ci sia una redazione formata da scrittori e che la selezione possa essere di qualità, non casuale, anche se i criteri al momento appaiono poco chiari;

3 la disponibilità manifestata alla collaborazione con chiunque voglia proporre la pubblicazione di un ebook.

C’è molto di originale in questa iniziativa, ovviamente saranno gli sviluppi a confermare la sua validità, ma per il momento trovo una piacevole sorpresa quella di utilizzare il digitale per scopi che non siano quelli della produzione di libri più economici (e spesso, manco a dirlo, più scadenti) e trovo interessante che a farsi portatore di un’idea così innovativa ci sia una libreria e non, come sarebbe più giusto, una casa editrice.

Seguirò la faccenda. Nel frattempo, voi cosa ne pensate?

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Hunger games

Ci sono librai bravi, spero di essere uno di loro un giorno. I librai bravi riescono a farti comprare il libro che non avresti mai preso in considerazione prima di entrare e ci riescono senza trucchetti da venditori porta a porta. I librai bravi, semplicemente te lo raccontano, quel poco che basta per farti incuriosire, per convincerti che questo libro aspettava solo te.

La settimana scorsa sono incappata in uno di questi librai che non solo è riuscito a farmi comprare un libro quando ero entrata solo per fare un giretto (e vabbè, questo capita spesso), ma anche a vendermene uno di un genere letterario che io detesto, il fantasy (che poi il libro che ho comprato non è davvero un fantasy è un’altra storia…), che non pensavo avrei mai comprato, che non mi incuriosiva affatto, ma soprattutto, il libraio bravo è riuscito nell’impresa di far tornare il suo lettore in libreria: «Torna a dirmi che ti è piaciuto, tanto sono sicuro che sarà così e mi raccomando non comprare da nessun altro il seguito…»

Ci mancherebbe, considerato quanto mi è piaciuto, penso di avere un debito di riconoscenza nei suoi confronti, i lettori lo hanno sempre con chi consiglia buoni libri.

Tagliamo la testa al toro, il libro in questione è Hunger games di Suzanne Collins.

Devo ammettere che tra le argomentazioni con cui il libraio me l’ha proposto quella di gran lunga più convincente per me è stato il paragone con 1984 di Orwell. Non ho mai parlato di questo libro sul blog, non perché non mi sia piaciuto ma perché non ne ho avuto la forza, la capacità. “Piacere” non è un verbo adatto quando si parla di un libro così: mi ha scossa, mi ha sconvolta, dopo averlo letto ci ho pensato un mese svegliandomi di notte per l’angoscia. Probabilmente io sono molto sensibile, ma quel libro è difficile da metabolizzare, soprattutto la prospettiva realistica che lo sottende. Hunger games è indiscutibilmente meno raffinato di 1984, e gioca molto meno sul versante psicologico lasciandoti così meno scosso alla fine. Ma non è meno brutale, anzi.

Cerco di raccontarvi brevemente la storia, sperando di riuscire a comunicare la sua essenza che non è, banalmente, quella di un fantasy. Tutto si svolge nel paese immaginario di Panem, uno stato diviso in 12 distretti governati da Capitol City, una capitale che esercita il suo controllo totale sugli abitanti di Panem che sono controllati, osservati, ma soprattutto ridotti alla fame e alla miseria in tutto il territorio dello stato tranne che nella ricchissima capitale. E’ inevitabile non andare con la mente al Grande fratello orwelliano, ai suoi ministeri, ai suoi metodi di controllo brutali. E’ impossibile scappare dai distretti, è impossibile ribellarsi. Il distretto n.13 è stato distrutto per averci provato e da allora Capitol city ha introdotto una tradizione quanto mai macabra per ricordare ai distretti il proprio potere e spegnere ogni tentativo di dissenso nel paese: gli Hunger games, “giochi” per i quali ogni anno ogni distretto deve fornire due “tributi”, giovanissimi giocatori che diventano vittime sacrificali di un orrido reality show nel quale devono eliminarsi a vicenda fino ad incoronare un solo vincitore, colui che per un anno porterà prosperità al suo distretto.

La Collins è molto brava a tenerti inchiodato al libro, nonostante lo svolgimento della trama sia piuttosto angosciante. Una differenza essenziale con 1984: qui il bene può ancora sopravvivere. Possono toglierti tutto, portarti ad uccidere, ma esiste una speranza, seppur minima di conservare se stessi e un briciolo di dignità. In fondo, quello che più mi aveva sconvolto di 1984 era la mancanza totale di salvezza, l’annullamento di ogni speranza che invece resiste in Hunger games.

Lo consiglio a tutti, è davvero un libro trasversale che può piacere ai ragazzi (direi dopo i 16 anni) e agli adulti. E’ un libro che prende, pieno di azione, di imprevisti e colpi di scena, ma allo stesso tempo ha la capacità di farti riflettere sulla nostra società, sulla storia dei regimi totalitari, sul cosa può rappresentare viverci dentro e infine può far riflettere su se stessi: cosa faremmo noi se fossimo costretti, per la nostra sopravvivenza e quella della nostra famiglia, ad uccidere delle persone che non conosciamo, che non ci hanno fatto nulla, o peggio che sono nostre amiche, che in passato ci hanno aiutati, con le quali abbiamo un debito di riconoscenza. Interrogativi che il visionario Orwell ci poneva nel lontano 1949 (!) e che oggi Suzanne Collins riattualizza con la sua trilogia.

Ovviamente quel libraio mi attende per il seguito. Vi farò sapere se è all’altezza.

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Repubblica

«Ma me lo dici che c’entra il ref… come si chiama? » […]

«Referendum. Serve per scegliere il governo che vuoi».

«Tanto per dire» intervenne lei con aria da saputella, «se io voglio don Mimì a sindaco tu fai il… come si chiama?»

«Tu mi vuoi cugghiunare». Ignorò la stupida considerazione di lei e continuò, deciso: «Il 2 giugno si vota. Montano nelle scuole le cabine, mettono una specie di paravento di legno, lì dietro non ti può vedere nessuno. La cosa più importante è che il voto è segreto. Tu vai al seggio e ti danno una scheda dove ci sono disegnate due figure. Una è per quella chiavica dei Savoia… […] L’altro, quello bello, è per la repubblica, e lì tu ci devi mettere una croce. Perché è la repubblica che vuoi, no? »

Lei calò la testa, non si azzardava più a dire nulla.

«Se scegli la repubblica, sei libera… »

«Ma l’utopia?»

«Se stai zitta c’arrivo. Te lo ricordi il barone che abitava a palazzo Riso? Quello che mi dava un soldo a timpulata? E io me li prendevo gli schiaffi, perché dovevo portare i soldi a mia madre. Ecco, ora pagnuttuni non ne voglio più, né a pagamento né aggratis, e non voglio più essere comandato da nessuno. Ora i baroni devono lavorare come noi, questa è la democrazia. E quando diventeremo tutti uguali, questa è l’utopia. Hai capito ora? »

Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa Olivares

 

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Il bordo vertiginoso delle cose

Fondere i ricordi con la gastronomia è un filone letterario ormai consolidato e in questi tempi di iper attenzione per il mondo culinario molti scrittori si sono avventurati nel genere. Quando ho letto la quarta di copertina de La casa nel bosco di Gianrico e Francesco Carofiglio, da appassionata di questo filone narrativo ho immediatamente pensato di comprarlo e non solo per le ricette ovviamente pugliesi, ma soprattutto perché il bosco di cui i due fratelli parlano nel romanzo è la foresta Mercadante, rifugio estivo dei baresi dall’afa della città e luogo del cuore di tutti gli abitanti del mio paese.

Peccato però che prima di buttarmi su questo libro abbia trovato in casa una copia de Il bordo vertiginoso delle cose, regalata a mio padre a Natale. Ho iniziato a leggerla, e lì la mia convinzione di comprare l’altro libro ha cominciato a vacillare.

Dovete sapere che Carofiglio a Bari non è un argomento neutro, non se ne può discutere come di uno scrittore a caso. Esistono le fazioni, pro e contro, ma soprattutto pro. Esistono scuole di pensiero su ogni suo libro: “ è il miglior Carofiglio/è il peggior Carofiglio”; una sua presentazione al liceo Flacco fa vendere 300 copie in 10 minuti (testato personalmente). A Bari Carofiglio è Lo Scrittore , non solo perché è nato, cresciuto e vissuto qui ma soprattutto perché nella città sono ambientati quasi tutti i suoi libri. Cosa c’è di più perfetto, nel leggere un libro, di avere una visione esatta del momento in cui l’avvocato Guerrieri (il suo miglior personaggio letterario a mio parere) passeggia sulla Muraglia, svolta in piazza Mercantile, raggiunge la cattedrale e prende un panzerotto da Cibò (ok, il panzerotto l’ho aggiunto io ma era per rendere l’idea).

Ma, c’è un ma… I ricordi sono belli di per sé o è sempre il modo di narrarli a farceli amare? Io credo la seconda. Nessuno può dire che La casa degli spiriti di Isabel Allende o Vivere per raccontarla di Gabriel Garcia Marquez siano dei capolavori solo perché la vita dei due scrittori e delle loro famiglie è stata avventurosa ai limiti dell’incredibile. Impossibile credere che sia tutta realtà quella narrata, l’arte è proprio nell’invenzione di cui i ricordi familiari sono infarciti. E quanti libri di ricordi si possono scrivere prima di diventare noiosi? Nel caso dell’Allende il mio limite l’ho raggiunto dopo La casa degli spiriti, Eva Luna e Paula (e molti altri affini nelle storie e nei temi), con Il piano infinito. Nel caso di Carofiglio, dopo la trilogia dell’avvocato Guerrieri e dopo Né qui né altrove, nei quali a mio parere lo scrittore doveva aver esaurito tutte le sue peregrinazioni nelle vie di Bari. E invece ne Il bordo vertiginoso delle cose vi indugia ancora troppo,  soffermandosi inutilmente sulle strade e sulle piazze, elencate senza alcun criterio se non quello di strizzare l’occhio al lettore suo concittadino. Ma se Carofiglio pubblica con Rizzoli e non con un editore locale, non dovrebbe cercare di evolversi battendo nuove strade che non siano quelle dei luoghi e dei ricordi (ormai triti e ritriti per i lettori affezionati) della sua adolescenza che in ogni libro torna a rimpiangere?

La noia è dietro l’angolo, anche per i suoi fan, soprattutto per loro. Niente La casa del bosco dunque. Lascerò perdere le ricette e i ricordi bucolici dei due fratelli in attesa di libri più ispirati che Carofiglio ha sicuramente la capacità di scrivere.

Ditemi, da lettori neutrali perché non baresi (o anche da baresi) cosa ne pensate? Sono curiosa di scoprire se qualcuno ha avuto le mie stesse impressioni.

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Bambinate

Little Willow » Babies

Quando ero piccola e andavo alla scuola elementare un giorno un bambino si è innamorato di me. Come lo so? Me lo dimostrava nella maniera più evidente possibile: la mattina, quando arrivavo a scuola si lanciava su di me mentre varcavo l’ingresso e mi ricopriva di baci. Purtroppo non c’era verso per fargli capire che quello era un comportamento fortemente invasivo della mia sfera personale, visto che questo bambino era autistico. Non c’era neppure verso di far capire a me che il suo comportamento non era pericoloso. In fondo ero consapevole che il suo fiondarsi su di me la mattina era innocuo e che era quasi impossibile non permetterglielo, ma in realtà ero terrorizzata da lui.

Per questo motivo quando ho letto Bambinate, un racconto di Alice Munro contenuto nella raccolta Troppa felicità ho avuto un potente deja vu. La bambina protagonista della storia ha per vicina di casa una bambina “speciale”, così le chiamavano al tempo in cui è ambientata la storia. Verna, ecco il suo nome, non rappresenta nessun tipo di pericolo per Charlene che ammette di odiarla «come certi odiano i serpenti, i vermi, le lumache, i topi».

«I bambini attribuiscono al verbo odiare significati diversi. Può voler dire che hanno paura. Non che si sentano in pericolo di un’eventuale aggressione – come mi succedeva, ad esempio, con certi bambini grandi e grossi che, in bicicletta, si divertivano a tagliarmi la strada strillando come indemoniati, mentre passeggiavo sul marciapiede. Non è una minaccia fisica che si teme – o che io temevo ne caso di Verna – quanto piuttosto un sortilegio, una malevolenza. È una sensazione che, da molto piccoli, si può provare anche riguardo alle facciate di certi edifici, o a dei tronchi d’albero e spessissimo, a cantine umide o armadi a muro profondi».

weheartit.com/marielaramos

Il titolo, Bambinate, alla luce della piega che prenderà la storia risulta decisamente agghiacciante. Non vi voglio raccontare il finale e neppure voglio raccontarvi che mi identifico nelle protagoniste della storia, se non per l’iniziale sentimento di paura e smarrimento che anche io ho provato di fronte a quel bambino. Questo racconto però mi ha fatta riflettere, molto più del resto della raccolta che ho trovato insopportabilmente (per me) malinconica e dai ritmi troppo lenti. Bambinate fa eccezione, perché un racconto intenso, caustico, con un epilogo al cardiopalma. Terribile ma terribilmente realistico per non sconvolgere. Consiglierei il libro solo per questo racconto (magari provate a sbirciarlo in libreria).

Un altro punto che mi ha fatta riflettere, oltre al sentimento di incredulità scatenato in me dall’inconsapevole (?) crudeltà delle due bambine (sulla consapevolezza della cattiveria nei bambini ci sarebbe molto da discutere), sono i segreti nella vita delle persone che ci circondano. Charlene e Marlene nascondono a tutti quello che hanno fatto, la fanno franca tutta la vita, riescono a non parlarne e quasi a non pensarci più. Quando, ormai anziane, il segreto riaffiora in punto di morte di una delle due, l’altra ne è infastidita. Ognuno di noi nasconde cose inconfessabili? In parte sì ma spero non così gravi.

Voi come trovate la Munro? Per me è stata una scommessa persa. Non ho niente contro il suo modo di scrivere, altrettanto non mi metterei a discutere sul suo Nobel, ma non fa per me. Troppo malinconica, troppi sentimenti negativi. Sono già negativa di mio, dai libri ho bisogno di visioni più rosee. E poi i tempi: troppo lenti. I racconti mi piacciono perché sono brevi, quelli della Munro per i miei gusti sono sovradimensionati.

Che mi dite? Sono ansiosa di confrontarmi con qualcuno su questa mia delusione.

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Viva la mamma!

Se siete passati di qui ultimamente avrete pensato che queste librerie stanno diventando davvero invisibili, anche troppo visto che non scrivo da un po’. Nella home vi guardo osservare le classiche balle di fieno che rotolano, un po’ come quelle che ci sono nella mia mente quando in questo periodo cerco disperatamente di focalizzarmi sull’argomento libri. La verità è che sto facendo una cosa difficile che riguarda la mia libreria, quella vera che spero aprirà i battenti prossimamente, l’assortimento. Vi auguro di non doverlo pensare mai l’assortimento iniziale di un’attività commerciale, meno che mai di una libreria. All’inizio è divertente sfogliare i cataloghi, scoprire le case editrici, ma alla lunga è terribilmente difficile scegliere i libri uno per uno, scommettere su un gruppetto di loro e non su altri, investire soldi e spazio per averli sperando di non aver sbagliato titolo. Per inciso, potrei averli sbagliati tutti, ma pazienza…correggerò il tiro un po’ alla volta.

Intanto però fatico a pensare ai libri in maniera leggera e distaccata come facevo tempo fa, spero di tornare a farlo quando la situazione si sarà un po’ stabilizzata.

Oggi mi andava di consigliarvi qualche bel libro dedicato alle mamme. Ci tengo a sottolineare che pur essendo libri per bambini in realtà io li trovo tutti adattissimi ad essere regalati alle mamme di tutte le età. Spesso infatti trovo riduttivo relegare l’albo illustrato alla sola letteratura per l’infanzia. Dovete sapere che all’estero esiste un mercato dell’illustrato per adulti che da noi non funziona affatto. Spesso gli illustrati sono piccole opere d’arte, pezzi da collezionare e da esporre nelle librerie di casa, ma noi ci ostiniamo a comprarli solo ai bambini (a dire il vero pochi anche a loro!).

Ci sono moltissimi bei libri dedicati alle mamme, ma io vi segnalerò i più belli tra quelli che ho avuto personalmente la possibilità di sfogliare.

 «La prima volta che ho camminato, sono caduta. La prima volta che sono caduta, mi sono rialzata. La prima volta che mi sono rialzata, ho camminato».

C’era una mamma e c’era un papà. Una mamma e un papà che avevano tutto ciò che si potesse desiderare: le stelle alla finestra, le coccinelle sull’albero di mele, una bottiglia di latte nel frigorifero.
Ma non avevano nessun bambino nel portaombrelli…

 

Topipittori - Che cos’è un bambino?   - copertina

Un bambino è una persona piccola,

E’ piccolo solo per un po’, poi diventa grande.

Cresce senza neanche farci caso.

Piano piano e in silenzio, il suo corpo si allunga.

Un bambino non è un bambino per sempre.

Un bel giorno cambia.

 

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Il cuore della mamma non è solo un muscolo che batte di continuo. È un luogo magico dove succedono cose straordinarie. Il cuore della mamma è legato a quello del figlio da un filo sottilissimo, quasi invisibile.

Questi sono libri che alle mamme piacciono un sacco, le fanno ridere e commuovere.

E voi? Conoscete altri bei libri che parlano delle/alle mamme? Cosa regalerete alle vostre mamme per la loro festa?

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Prisca, Elisa e le altre. Il mio incontro con Bianca Pitzorno

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Scusate, manco da un po’. È che me ne vado un po’ in giro. La scorsa settimana sono stata a Roma per un bellissimo corso di animazione alla lettura tenuto dalla casa editrice Sinnos. Il corso mi è piaciuto molto, ma mi sento ancora imbranata come  una foca nelle letture, così spero davvero di poter sperimentare ancora prima di proporle nella mia libreria. Con mio grande rammarico ho scoperto che corsi del genere vanno molto di moda, altrove però. Ad esempio in Lombardia, in Veneto, in Emilia Romagna e non sono corsi brevi ma durano mesi. Va da sé che non potrò frequentarli. In attesa di diventare abbastanza brava da proporre io corsi del genere dalle mie parti, riprendo le fila del discorso dove l’avevamo lasciato. Dovevo raccontarvi del mio incontro con la mitica Bianca Pitzorno, la mia scrittrice preferita in assoluto anche ora che sono grande. Nessuno è più riuscito a conquistarmi con i suoi libri alla stessa maniera.

È stato un momento comico quello dell’incontro a Bologna. Vinto l’imbarazzo (non chiedo mai autografi io), mi sono messa in coda, peccato che davanti a me ci fossero solo bambini di 7-8 anni, e all’improvviso dietro di me si è materializzata una fila di ragazze liete che qualcuno avesse infranto il tabù. C’è da dire che nel pubblico c’erano molte più ventenni e trentenni che bambini. Sicuramente la Pitzorno è stata il mito della mia generazione ma mi auguro che tanti bambini la stiano ancora leggendo.

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Tra le tante cose su cui Bianca Pitzorno ha dialogato con Beatrice Masini ho apprezzato più di tutti un suo pensiero “sovversivo”, soprattutto nel luogo in cui ci trovavamo, il sacro tempio dell’editoria per ragazzi: «Non c’è niente di male a non leggere. Tra i lettori e i non lettori si è venuta a creare una barriera in questi anni, che fa sentire i primi in diritto di compatire i secondi. Per me leggere è la cosa più bella del mondo – ha detto la scrittrice – ma capisco che possa anche non piacere. Se incontro un non lettore penso “Mi dispiace tanto” ma poi lo tratto alla stessa maniera di una persona a cui non piace la cioccolata: non sanno quello che si perdono, ma si può tranquillamente vivere senza». L’importante, secondo la Pitzorno e io sono d’accordo, è essere curiosi, voler conoscere la vita degli altri, scoprire storie. Lo si può fare attraverso un bel libro, un film o una chiacchierata.

La Pitzorno ha anche espresso biasimo per quegli editori che «non stimano il pubblico e che sono portati a “normalizzare” ovvero a “rimasticare il cibo per lettori che credono deficienti”».

Dal pubblico è arrivata qualche domanda, soprattutto sulle eroine delle sue storie, ben impresse nella mente a distanza di anni. Le mie preferite, su tutte, Prisca ed Elisa di Ascolta il mio cuore, il mio libro preferito tra quelli della Pitzorno. Scoprire che quelle bambine coraggiose sono esistite davvero ha confermato il sospetto che ho avuto da sempre, che quelle bambine altri non fossero che la stessa Bianca. E se da piccola ho desiderato ardentemente conoscerle ed essere loro amica, nell’incontro con la loro creatrice il sogno mi è sembrato un po’ vero.

Tra le domande anche una che, guarda caso, calza a pennello con i temi che abbiamo trattato ultimamente qui sul blog. Come possiamo arginare questi malefici libri che vogliono sovvertire la società con le loro strampalate teorie di genere? Qui la Pitzorno è stata davvero intelligente e ha evitato di infangarsi nella polemica che la signora del pubblico voleva scatenare. «Perché passare la vita a contrastare quello ed arginare quell’altro? – ha risposto – Proviamo ad essere positivi, a proporre la nostra visione del mondo, ad essere accoglienti e a non crocifiggere le idee degli altri».

Dico io, come si fa a non amarla?

P.S. La mia libreria si chiamerà come un libro di Bianca Pitzorno, ma ancora non vi dico quale…

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