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Inaugurazione Libreria 09 Novembre 2014

Il 09 Novembre 2014 ci sarà l’Inaugurazione della Libreria la Casa sull’Albero in Via Gramsci n. 55 a Cassano delle Murge.
Vi aspettiamo numerosi.

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Il “peso” dell’amore

Vi vedo storcere il naso. Eh no, ma quale peso? L’amore dovrebbe ispirare leggerezza, leggiadria, altrimenti che amore è?

Eppure l’amore pesa. Lo conferma il Pont des Arts, classica meta degli innamorati a Parigi, che è crollato sotto il peso di migliaia di lucchetti. Per crollato, non vorrei farla tragica, si intende che è venuta giù una parte del parapetto che ha costretto le autorità a transennarlo per qualche giorno e a ingegnarsi per elaborare soluzioni alternative per le promesse d’amore dei fidanzatini.

La moda dei lucchetti, se continua così un giorno ne scriveranno nei libri di scuola, per chi non lo sapesse (dubito esista ancora qualcuno ignaro della loro origine) nasce con Federico Moccia e il suo bestseller, se mi concedete l’unico libro accettabile che ha scritto, Tre metri sopra il cielo. Il bestseller, circolato sottobanco tra la gioventù romana ed edito da Mondadori nel 2008, ha lasciato dietro di sé strascichi significativi: dalla consacrazione di Riccardo Scamarcio a sex symbol

alle scritte sui muri che ingentiliscono le facciate

ai famigerati lucchetti.

Ora, come tutte le mode che ad un certo punto dilagano senza limiti e confini, io spero che i giovani di tutta Europa abbiano perso la cognizione dell’origine di questa usanza o almeno che la voce non sia arrivata ai francesi, altrimenti rischiamo di farci recapitare la fattura per i costi sostenuti dal comune di Parigi per risollevare il ponte.

Le notizie del crollo risalgono a giugno. Le ultimissime novità riguardano invece la proposta alternativa che il comune di Parigi lancia alle giovani coppie di lucchettari. Love without locks: ovvero fatevi un selfie a Parigi, pubblicatelo su un sito appositamente creato per voi e smettetela con questi lucchetti che fanno crollare i ponti.

Parigi, selfie al posto dei lucchetti per salvare i ponti

Il Comune in ogni caso non esclude, se la moda non accennasse ad arrestarsi, di progettare un’installazione apposita per gli aficionados del lucchetto.

Moccia, hai visto cosa hai combinato? Se voi foste chiamati a decidere sulla questione cosa proporreste?

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Marina Bellezza

Di bello c’è solo l’autografo che l’Avallone mi ha fatto in prima pagina. Ok, lo so, non è il modo migliore per cominciare una recensione, infatti questa frase in origine l’avevo riservata per la fine del post. Il problema è che non ho proprio trovato un altro modo per cominciare a parlare di questo… disastro? della Avallone. Non è mia abitudine essere così categorica nelle stroncature, ma ogni volta che ci pensavo tornavo a salvare solo lui, l’autografo con dedica. Il contenuto della dedica però ve lo svelo solo alla fine, così mi faccio perdonare per l’incipit che non ispira neanche un po’ di suspance.

Il fatto è che l’Avallone mi ha spiazzata. Non che mi aspettassi il capolavoro, sia chiaro. Però, io sono stata tra quelli che in passato hanno difeso la sua opera prima, vedendoci qualcosa di più dell’abile architettura di marketing che l’aveva sostenuto. Io di Acciaio avevo parlato bene, l’avevo trovato interessante come esordio, avevo presagito che la Avallone sarebbe cresciuta come autrice.

Poi ho letto Marina Bellezza e ho pensato che fosse solo una grande operazione di marketing. La ragazza prodigio di Rizzoli doveva uscire con un nuovo libro prima che la gente si dimenticasse di lei e di certi battibecchi estivi tra Bruno Vespa e Michela Murgia. Così è venuto fuori Marina Bellezza, che già il titolo è di una bruttezza esasperante, se me lo concedete. Alla pari con Scusa ma ti chiamo amore e simili. E anche il contenuto è mocciano, non del Moccia di Tre metri sopra il cielo che io pure ho difeso, ma del Moccia tardivo, quello più avvezzo ai polpettoni melodrammatici, alle eterne tragico romantiche storie d’amore tra la ragazza povera ma bella e il ragazzo ricco ma ribelle, in tutte le salse e le varianti. Ecco confezionato Marina Bellezza, un romanzo senza né capo né coda, noioso e ripetitivo, nel quale la Avallone mixa una serie di elementi in voga a scelta tra i dissennati palcoscenici televisivi, il ritorno alla natura, la corruzione del mondo urbano, la purezza della vita eremitica tra le montagne, il marciume della classe dirigente e la disperazione della ragazza povera ma bella, nata male e vissuta peggio ma terribilmente determinata a farsi largo nel mondo, mentre il suo lui nato ricco ma infelice la osserva corrompersi inerte.

Credo di averne detto male abbastanza, del libro voglio precisare, non della Avallone che dal vivo mi è sembrata una ragazza molto gentile e simpatica e che sono sicura rimedierà al passo falso di Marina Bellezza.

Veniamo quindi alla dedica, che dice così:

A Giulia, l’unica strada giusta è quella che ti rende felice. CREDICI e sarai una libraia straordinaria.

Con affetto, Silvia Avallone

Grazie Silvia, spero di poter consigliare il tuo prossimo libro quando la libreria sarà aperta. Ne approfitto anche per ringraziare tutti i miei lettori che tra i commenti sul blog e su Facebook mi hanno espresso tutto il loro entusiasmo per l’avventura che sto per intraprendere. Voi siete stati i primi testimoni di questa impresa, avrete sempre un ruolo speciale.

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Hunger games

Ci sono librai bravi, spero di essere uno di loro un giorno. I librai bravi riescono a farti comprare il libro che non avresti mai preso in considerazione prima di entrare e ci riescono senza trucchetti da venditori porta a porta. I librai bravi, semplicemente te lo raccontano, quel poco che basta per farti incuriosire, per convincerti che questo libro aspettava solo te.

La settimana scorsa sono incappata in uno di questi librai che non solo è riuscito a farmi comprare un libro quando ero entrata solo per fare un giretto (e vabbè, questo capita spesso), ma anche a vendermene uno di un genere letterario che io detesto, il fantasy (che poi il libro che ho comprato non è davvero un fantasy è un’altra storia…), che non pensavo avrei mai comprato, che non mi incuriosiva affatto, ma soprattutto, il libraio bravo è riuscito nell’impresa di far tornare il suo lettore in libreria: «Torna a dirmi che ti è piaciuto, tanto sono sicuro che sarà così e mi raccomando non comprare da nessun altro il seguito…»

Ci mancherebbe, considerato quanto mi è piaciuto, penso di avere un debito di riconoscenza nei suoi confronti, i lettori lo hanno sempre con chi consiglia buoni libri.

Tagliamo la testa al toro, il libro in questione è Hunger games di Suzanne Collins.

Devo ammettere che tra le argomentazioni con cui il libraio me l’ha proposto quella di gran lunga più convincente per me è stato il paragone con 1984 di Orwell. Non ho mai parlato di questo libro sul blog, non perché non mi sia piaciuto ma perché non ne ho avuto la forza, la capacità. “Piacere” non è un verbo adatto quando si parla di un libro così: mi ha scossa, mi ha sconvolta, dopo averlo letto ci ho pensato un mese svegliandomi di notte per l’angoscia. Probabilmente io sono molto sensibile, ma quel libro è difficile da metabolizzare, soprattutto la prospettiva realistica che lo sottende. Hunger games è indiscutibilmente meno raffinato di 1984, e gioca molto meno sul versante psicologico lasciandoti così meno scosso alla fine. Ma non è meno brutale, anzi.

Cerco di raccontarvi brevemente la storia, sperando di riuscire a comunicare la sua essenza che non è, banalmente, quella di un fantasy. Tutto si svolge nel paese immaginario di Panem, uno stato diviso in 12 distretti governati da Capitol City, una capitale che esercita il suo controllo totale sugli abitanti di Panem che sono controllati, osservati, ma soprattutto ridotti alla fame e alla miseria in tutto il territorio dello stato tranne che nella ricchissima capitale. E’ inevitabile non andare con la mente al Grande fratello orwelliano, ai suoi ministeri, ai suoi metodi di controllo brutali. E’ impossibile scappare dai distretti, è impossibile ribellarsi. Il distretto n.13 è stato distrutto per averci provato e da allora Capitol city ha introdotto una tradizione quanto mai macabra per ricordare ai distretti il proprio potere e spegnere ogni tentativo di dissenso nel paese: gli Hunger games, “giochi” per i quali ogni anno ogni distretto deve fornire due “tributi”, giovanissimi giocatori che diventano vittime sacrificali di un orrido reality show nel quale devono eliminarsi a vicenda fino ad incoronare un solo vincitore, colui che per un anno porterà prosperità al suo distretto.

La Collins è molto brava a tenerti inchiodato al libro, nonostante lo svolgimento della trama sia piuttosto angosciante. Una differenza essenziale con 1984: qui il bene può ancora sopravvivere. Possono toglierti tutto, portarti ad uccidere, ma esiste una speranza, seppur minima di conservare se stessi e un briciolo di dignità. In fondo, quello che più mi aveva sconvolto di 1984 era la mancanza totale di salvezza, l’annullamento di ogni speranza che invece resiste in Hunger games.

Lo consiglio a tutti, è davvero un libro trasversale che può piacere ai ragazzi (direi dopo i 16 anni) e agli adulti. E’ un libro che prende, pieno di azione, di imprevisti e colpi di scena, ma allo stesso tempo ha la capacità di farti riflettere sulla nostra società, sulla storia dei regimi totalitari, sul cosa può rappresentare viverci dentro e infine può far riflettere su se stessi: cosa faremmo noi se fossimo costretti, per la nostra sopravvivenza e quella della nostra famiglia, ad uccidere delle persone che non conosciamo, che non ci hanno fatto nulla, o peggio che sono nostre amiche, che in passato ci hanno aiutati, con le quali abbiamo un debito di riconoscenza. Interrogativi che il visionario Orwell ci poneva nel lontano 1949 (!) e che oggi Suzanne Collins riattualizza con la sua trilogia.

Ovviamente quel libraio mi attende per il seguito. Vi farò sapere se è all’altezza.

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Repubblica

«Ma me lo dici che c’entra il ref… come si chiama? » […]

«Referendum. Serve per scegliere il governo che vuoi».

«Tanto per dire» intervenne lei con aria da saputella, «se io voglio don Mimì a sindaco tu fai il… come si chiama?»

«Tu mi vuoi cugghiunare». Ignorò la stupida considerazione di lei e continuò, deciso: «Il 2 giugno si vota. Montano nelle scuole le cabine, mettono una specie di paravento di legno, lì dietro non ti può vedere nessuno. La cosa più importante è che il voto è segreto. Tu vai al seggio e ti danno una scheda dove ci sono disegnate due figure. Una è per quella chiavica dei Savoia… […] L’altro, quello bello, è per la repubblica, e lì tu ci devi mettere una croce. Perché è la repubblica che vuoi, no? »

Lei calò la testa, non si azzardava più a dire nulla.

«Se scegli la repubblica, sei libera… »

«Ma l’utopia?»

«Se stai zitta c’arrivo. Te lo ricordi il barone che abitava a palazzo Riso? Quello che mi dava un soldo a timpulata? E io me li prendevo gli schiaffi, perché dovevo portare i soldi a mia madre. Ecco, ora pagnuttuni non ne voglio più, né a pagamento né aggratis, e non voglio più essere comandato da nessuno. Ora i baroni devono lavorare come noi, questa è la democrazia. E quando diventeremo tutti uguali, questa è l’utopia. Hai capito ora? »

Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa Olivares

 

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Il bordo vertiginoso delle cose

Fondere i ricordi con la gastronomia è un filone letterario ormai consolidato e in questi tempi di iper attenzione per il mondo culinario molti scrittori si sono avventurati nel genere. Quando ho letto la quarta di copertina de La casa nel bosco di Gianrico e Francesco Carofiglio, da appassionata di questo filone narrativo ho immediatamente pensato di comprarlo e non solo per le ricette ovviamente pugliesi, ma soprattutto perché il bosco di cui i due fratelli parlano nel romanzo è la foresta Mercadante, rifugio estivo dei baresi dall’afa della città e luogo del cuore di tutti gli abitanti del mio paese.

Peccato però che prima di buttarmi su questo libro abbia trovato in casa una copia de Il bordo vertiginoso delle cose, regalata a mio padre a Natale. Ho iniziato a leggerla, e lì la mia convinzione di comprare l’altro libro ha cominciato a vacillare.

Dovete sapere che Carofiglio a Bari non è un argomento neutro, non se ne può discutere come di uno scrittore a caso. Esistono le fazioni, pro e contro, ma soprattutto pro. Esistono scuole di pensiero su ogni suo libro: “ è il miglior Carofiglio/è il peggior Carofiglio”; una sua presentazione al liceo Flacco fa vendere 300 copie in 10 minuti (testato personalmente). A Bari Carofiglio è Lo Scrittore , non solo perché è nato, cresciuto e vissuto qui ma soprattutto perché nella città sono ambientati quasi tutti i suoi libri. Cosa c’è di più perfetto, nel leggere un libro, di avere una visione esatta del momento in cui l’avvocato Guerrieri (il suo miglior personaggio letterario a mio parere) passeggia sulla Muraglia, svolta in piazza Mercantile, raggiunge la cattedrale e prende un panzerotto da Cibò (ok, il panzerotto l’ho aggiunto io ma era per rendere l’idea).

Ma, c’è un ma… I ricordi sono belli di per sé o è sempre il modo di narrarli a farceli amare? Io credo la seconda. Nessuno può dire che La casa degli spiriti di Isabel Allende o Vivere per raccontarla di Gabriel Garcia Marquez siano dei capolavori solo perché la vita dei due scrittori e delle loro famiglie è stata avventurosa ai limiti dell’incredibile. Impossibile credere che sia tutta realtà quella narrata, l’arte è proprio nell’invenzione di cui i ricordi familiari sono infarciti. E quanti libri di ricordi si possono scrivere prima di diventare noiosi? Nel caso dell’Allende il mio limite l’ho raggiunto dopo La casa degli spiriti, Eva Luna e Paula (e molti altri affini nelle storie e nei temi), con Il piano infinito. Nel caso di Carofiglio, dopo la trilogia dell’avvocato Guerrieri e dopo Né qui né altrove, nei quali a mio parere lo scrittore doveva aver esaurito tutte le sue peregrinazioni nelle vie di Bari. E invece ne Il bordo vertiginoso delle cose vi indugia ancora troppo,  soffermandosi inutilmente sulle strade e sulle piazze, elencate senza alcun criterio se non quello di strizzare l’occhio al lettore suo concittadino. Ma se Carofiglio pubblica con Rizzoli e non con un editore locale, non dovrebbe cercare di evolversi battendo nuove strade che non siano quelle dei luoghi e dei ricordi (ormai triti e ritriti per i lettori affezionati) della sua adolescenza che in ogni libro torna a rimpiangere?

La noia è dietro l’angolo, anche per i suoi fan, soprattutto per loro. Niente La casa del bosco dunque. Lascerò perdere le ricette e i ricordi bucolici dei due fratelli in attesa di libri più ispirati che Carofiglio ha sicuramente la capacità di scrivere.

Ditemi, da lettori neutrali perché non baresi (o anche da baresi) cosa ne pensate? Sono curiosa di scoprire se qualcuno ha avuto le mie stesse impressioni.

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