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Marina Bellezza

Di bello c’è solo l’autografo che l’Avallone mi ha fatto in prima pagina. Ok, lo so, non è il modo migliore per cominciare una recensione, infatti questa frase in origine l’avevo riservata per la fine del post. Il problema è che non ho proprio trovato un altro modo per cominciare a parlare di questo… disastro? della Avallone. Non è mia abitudine essere così categorica nelle stroncature, ma ogni volta che ci pensavo tornavo a salvare solo lui, l’autografo con dedica. Il contenuto della dedica però ve lo svelo solo alla fine, così mi faccio perdonare per l’incipit che non ispira neanche un po’ di suspance.

Il fatto è che l’Avallone mi ha spiazzata. Non che mi aspettassi il capolavoro, sia chiaro. Però, io sono stata tra quelli che in passato hanno difeso la sua opera prima, vedendoci qualcosa di più dell’abile architettura di marketing che l’aveva sostenuto. Io di Acciaio avevo parlato bene, l’avevo trovato interessante come esordio, avevo presagito che la Avallone sarebbe cresciuta come autrice.

Poi ho letto Marina Bellezza e ho pensato che fosse solo una grande operazione di marketing. La ragazza prodigio di Rizzoli doveva uscire con un nuovo libro prima che la gente si dimenticasse di lei e di certi battibecchi estivi tra Bruno Vespa e Michela Murgia. Così è venuto fuori Marina Bellezza, che già il titolo è di una bruttezza esasperante, se me lo concedete. Alla pari con Scusa ma ti chiamo amore e simili. E anche il contenuto è mocciano, non del Moccia di Tre metri sopra il cielo che io pure ho difeso, ma del Moccia tardivo, quello più avvezzo ai polpettoni melodrammatici, alle eterne tragico romantiche storie d’amore tra la ragazza povera ma bella e il ragazzo ricco ma ribelle, in tutte le salse e le varianti. Ecco confezionato Marina Bellezza, un romanzo senza né capo né coda, noioso e ripetitivo, nel quale la Avallone mixa una serie di elementi in voga a scelta tra i dissennati palcoscenici televisivi, il ritorno alla natura, la corruzione del mondo urbano, la purezza della vita eremitica tra le montagne, il marciume della classe dirigente e la disperazione della ragazza povera ma bella, nata male e vissuta peggio ma terribilmente determinata a farsi largo nel mondo, mentre il suo lui nato ricco ma infelice la osserva corrompersi inerte.

Credo di averne detto male abbastanza, del libro voglio precisare, non della Avallone che dal vivo mi è sembrata una ragazza molto gentile e simpatica e che sono sicura rimedierà al passo falso di Marina Bellezza.

Veniamo quindi alla dedica, che dice così:

A Giulia, l’unica strada giusta è quella che ti rende felice. CREDICI e sarai una libraia straordinaria.

Con affetto, Silvia Avallone

Grazie Silvia, spero di poter consigliare il tuo prossimo libro quando la libreria sarà aperta. Ne approfitto anche per ringraziare tutti i miei lettori che tra i commenti sul blog e su Facebook mi hanno espresso tutto il loro entusiasmo per l’avventura che sto per intraprendere. Voi siete stati i primi testimoni di questa impresa, avrete sempre un ruolo speciale.

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Acciaio

Ho letto diverse recensioni di questo libro, la maggior parte poco entusiastiche. Ho dichiarato nelle mie confessioni di lettrice che non mento mai su un libro che mi è o non mi è piaciuto perciò sarò sincera e vi dirò che a me è piaciuto tantissimo. Tanto da averlo letto in un paio di giorni e tanto da ricordare ancora lo shock del finale, letto in un viaggio in treno che mi ha lasciata lì sconvolta per le restanti due ore di viaggio. Capita di entrare così in empatia con un personaggio da non poter accettare la fine impostagli dall’autore. Ma non vorrei dirvi troppo.

Sono stata piuttosto perplessa inizialmente nell’acquistare questo libro. Non mi piaceva la copertina e non mi piaceva la sintesi in quarta di copertina, mi sembrava una storia per ragazzine. Invece ad una ragazzina non lo farei leggere perchè è una storia un po’ forte, ma a mio parere non volgare come ho letto in qualche recensione. È la situazione descritta ad essere volgare e sordida e non la si può edulcorare con una lingua perbenista.

Ma andiamo per ordine. Acciaio è un romanzo di Silvia Avallone, scrittrice appena 25enne alla sua prima uscita (il che è già molto bello). L’Acciaio è anche lo scenario della storia, ambientata nei palazzoni di via Stalingrado a Piombino, casermoni popolari nati e nutriti sotto l’egida delle Acciaierie Lucchini. All’ombra dell’altoforno si consumano le vite dei personaggi come in un brulicante formicaio, nel quale regna il caos assoluto. Anna e Francesca hanno 13 anni, sono amiche del cuore e si sentono invincibili. Sono forti della loro bellezza, il mondo sembra essere ai loro piedi. Ma davanti a loro c’è un’estate che cambierà tutto, le loro vite non saranno più le stesse. Ogni tempo nel romanzo ruota attorno alla vita dell’acciaieria, attorno a quell’altoforno che non si spegne mai e che succhia vita e speranze agli abitanti di via Stalingrado. I giovani cercano di sottrarsi a quest’ombra incombente e la esorcizzano nel solo modo che conoscono: lo sballo, la droga, la delinquenza… l’amore. Gli adulti sono dei vinti, incapaci di cambiare il loro destino e quello dei loro figli, riescono solo a peggiorarlo. C’è qualcosa di bello nel libro? Sì, l’ho detto, l’Amore.

“Sorridevano, non si dicevano niente. E una aveva la bocca impiastrata di dentifricio, l’altra le labbra dischiuse e un poco screpolate. Combaciavano perfettamente. “

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