Archivi tag: Olocausto

Chi ha bisogno di Anne Frank?

Tranquilli, il titolo chiaramente provocatorio non mi appartiene. E’ frutto della traduzione di Who needs Anne Frank, curioso articolo di Dana Sachs comparso la scorsa settimana sull’edizione Usa dell’Huffington Post. L’articolo mi ha colpita e mi ha fatta molto pensare, dal momento che in questi giorni ero presa dalla lettura di Una vita. Selma Meerbaum Eisinger di Francesca Paolino, storia che ha davvero tanto in comune con quella della più nota Anne Frank.

Il succo dell’articolo, che vi invito a leggere, è il seguente: il figlio adolescente della giornalista, imbattutosi nella lettura del diario di Anne Frank, l’ha trovata decisamente noiosa. Tutta la storia si svolge in un attico, non accade mai nulla, questa la lamentela. Le rimostranze del figlio hanno spinto la giornalista, che invece aveva provato tutt’altri sentimenti nella lettura quando era un’adolescente, a interrogarsi sulla validità dei mezzi attraverso i quali cerchiamo di trasmettere la testimonianza dell’Olocausto ai più giovani. Forse Anne Frank non è più adeguata ai tempi, ecco l’ipotesi. Forse le giovani menti hanno bisogno di letture più stimolanti per interessarsi all’argomento.

E’ una questione complessa, sicuramente. Mi piacerebbe sapere da qualche insegnante se è diventato davvero così difficile appassionare i ragazzi ai classici sull’Olocausto. Sono stata adolescente non molto tempo fa e il libro mi era piaciuto immensamente ma certe cose cambiano e si evolvono nel giro di poche generazioni. In un certo senso mi urta il pensiero che ogni cosa, anche tremendamente seria come questa, abbia bisogno di un contenitore ludico o avventuroso per essere offerta alle attenzioni di una scolaresca. D’altra parte il fine, secondo la giornalista, giustificherebbe il mezzo. Meglio puntare su qualsiasi lettura possibile purché coinvolgente, piuttosto che ottenere l’effetto del rifiuto o del disinteresse verso l’argomento. Non saprei, sono davvero perplessa.

Io ad esempio, se fossi una professoressa, una storia come quella di Selma Meerbaum Eisinger non esiterei a proporla ai miei alunni.

Francesca Paolino è una ricercatrice. Va da sé che il libro si presenta più come un saggio che come un romanzo ma è altrettanto coinvolgente per la storia umana che vi è narrata. Selma nasce nel 1924 a Czernowitz, una città della Bucovina oggi apparentente all’Ucraina, luogo a noi sconosciuto ma all’epoca città nota come “la piccola Vienna”. Selma era una ragazza solare, sensibile e riservata. Amava immensamente leggere, soprattutto i poeti, frequentava un’associazione, usciva con le amiche. Amava scrivere versi, sognava un futuro da scrittrice. Ma era anche un adolescente normale, che non si trovava bella, che detestava i suoi capelli, i suoi piedi troppo grandi, che si sentiva inadeguata e che provava un amore non corrisposto per un ragazzo più grande. Quella di Selma è una figura nella quale immedesimarsi, i versi delle sue poesie esprimono desideri condivisibili, una immensa voglia di vita all’approssimarsi della fine.

Vorrei ridere e sollevare pesi

e vorrei lottare

e vorrei prendere il cielo con le mani

e vorrei essere libera, respirare e gridare.

Il corso degli eventi lo possiamo immaginare. Da un’esistenza serena la vita di Selma si trasforma in un inferno con l’approssimarsi della guerra e con l’entrata in vigore delle leggi razziali. Gli ebrei di Czernowitz come quelli di tante altre città europee vengono prima trasferiti in un ghetto, dal quale Selma cerca anche di fuggire, finendo per essere inseguita e rompendosi una gamba. Ma è un periodo di transizione al quale segue la reclusione in un campo di lavoro, dove Selma perderà la vita nel 1942 ammalandosi di tifo.

Sono tanti i versi di Selma che mi hanno affascinata e commossa, vorrei riportarveli tutti ma per motivi di spazio non posso, piuttosto vi esorto a comprare il libro e se siete genitori o insegnanti a proporlo ai vostri ragazzi. L’opera poetica di Selma Meerbaum-Eisinger è da conoscere e da raccontare.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta.

Ringrazio di cuore l’autrice Francesca Paolino per avermi fatto conoscere il suo libro ma soprattutto per avermi fatto conoscere l’opera di Selma Meerbaum-Eisinger. Ho gusti difficili per la poesia, ma nei versi di questa giovane poetessa mi sono ritrovata. Spero che in tanti possano conoscerla e attraverso le sue parole riuscire a provare quel senso profondo di condivisione del dolore che dovrebbe essere il fine ultimo di tutte le nostre manifestazioni in ricordo dell’Olocausto.

Una

Vita.

Muoiono

a mille a mille.

Non si alzano.

Mai,

mai

più.

Annunci

12 commenti

Archiviato in Esordienti, Recensioni

Il giardino dei Finzi Contini

« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »

In questi giorni, nel corso delle usuali commemorazioni dell’Olocausto, perplessa dalle più recenti manifestazioni di un odio mai destinato a spegnersi (parlo dei fatti di Napoli, di nuovi propositi di violenza nei confronti del popolo ebraico), ritorno come ogni anno a pormi una domanda: chi sono gli Ebrei? Mi spiego: io non ne ho mai conosciuto uno, non ho mai saputo che una famiglia avesse ascendenze ebraiche, non ho mai notato alcun segno di riconoscimento o di separazione come si può notare più distintamente di altre comunità. In poche parole, per quanto ogni anno ci immergiamo nel clima commemorativo, sono convinta che come me in tanti non abbiamo un’idea precisa della cultura ebraica, delle sue tradizioni, del suo modo di vivere.

Per questo motivo credo di aver trovato la lettura de Il giardino dei Finzi Contini così appassionante. Giorgio Bassani traccia in questo romanzo la storia di una famiglia ebrea, non nel momento storico che siamo più abituati a conoscere, quello della guerra e dello sterminio, ma negli anni immediatamente precedenti al conflitto.«Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra».

Ovviamente la storia dei Finzi Contini è solo una della tante storie familiari possibili, l’ambiente ferrarese solo uno tra tanti ambienti cittadini ma quello che conta è l’atmosfera del romanzo, che procede lentamente, senza colpi di scena, nel corso di una lunghissima estate che prelude alla tragedia. Nulla di drammatico accade eppure il senso di una fine ineluttabile si respira nell’aria. Sui protagonisti, intenti a giocare a tennis e ad amoreggiare pende una spada di Damocle. Quale fine faranno i Finzi Contini Bassani lo anticipa già nel prologo: deportati tutti in un campo di concentramento nel 1943 vi moriranno. Il racconto di quell’estate del 1938, dell’amore impossibile del protagonista (forse lo stesso Bassani? Non è chiaro) per la giovane Micol, delle partite a tennis, delle chiacchierate con Alberto, delle visite alla casa sontuosa e alla biblioteca imponente del signor Ermanno, sembra voler bloccare il tempo, cristallizzare almeno nel ricordo un pezzo di vita irrimediabilmente perduto.

In una scena del film diretto da Vittorio De Sica

«Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga «le vierge, le vivace e le bel aujourd’hui», e il passato, ancor di più, «il caro, il dolce, il pio passato». E siccome, queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire, di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare».

È un libro bellissimo, lento ma coinvolgente. I personaggi sono costruiti in maniera magistrale, soprattutto quello di Micòl. Si chiude il libro combattuti tra l’immagine di una ragazza reale e la speranza che non sia mai esistita. Quello che conta in fondo è il personaggio universale, è l’emblema della ragazza, delle sue passioni, dei suoi amori, della forza del suo vivere “quasi presaga della prossima fine”. Nessuno è mai riuscito a strappare a Bassani la verità su Micòl, ma come per le contestazioni sulla reale esistenza di Anna Frank io le trovo pretestuose: come Anna e Micòl ci furono milioni di donne, uomini, bambini, vecchi, adolescenti le cui vite, passioni, ricordi, gioie, dolori, furono risucchiati dall’umana follia. Quante Micòl e quante Anna ci sono nel vento di Auschwitz?

 
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…
[…]
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

 
Auschwitz, Francesco Guccini

5 commenti

Archiviato in Recensioni