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Il bordo vertiginoso delle cose

Fondere i ricordi con la gastronomia è un filone letterario ormai consolidato e in questi tempi di iper attenzione per il mondo culinario molti scrittori si sono avventurati nel genere. Quando ho letto la quarta di copertina de La casa nel bosco di Gianrico e Francesco Carofiglio, da appassionata di questo filone narrativo ho immediatamente pensato di comprarlo e non solo per le ricette ovviamente pugliesi, ma soprattutto perché il bosco di cui i due fratelli parlano nel romanzo è la foresta Mercadante, rifugio estivo dei baresi dall’afa della città e luogo del cuore di tutti gli abitanti del mio paese.

Peccato però che prima di buttarmi su questo libro abbia trovato in casa una copia de Il bordo vertiginoso delle cose, regalata a mio padre a Natale. Ho iniziato a leggerla, e lì la mia convinzione di comprare l’altro libro ha cominciato a vacillare.

Dovete sapere che Carofiglio a Bari non è un argomento neutro, non se ne può discutere come di uno scrittore a caso. Esistono le fazioni, pro e contro, ma soprattutto pro. Esistono scuole di pensiero su ogni suo libro: “ è il miglior Carofiglio/è il peggior Carofiglio”; una sua presentazione al liceo Flacco fa vendere 300 copie in 10 minuti (testato personalmente). A Bari Carofiglio è Lo Scrittore , non solo perché è nato, cresciuto e vissuto qui ma soprattutto perché nella città sono ambientati quasi tutti i suoi libri. Cosa c’è di più perfetto, nel leggere un libro, di avere una visione esatta del momento in cui l’avvocato Guerrieri (il suo miglior personaggio letterario a mio parere) passeggia sulla Muraglia, svolta in piazza Mercantile, raggiunge la cattedrale e prende un panzerotto da Cibò (ok, il panzerotto l’ho aggiunto io ma era per rendere l’idea).

Ma, c’è un ma… I ricordi sono belli di per sé o è sempre il modo di narrarli a farceli amare? Io credo la seconda. Nessuno può dire che La casa degli spiriti di Isabel Allende o Vivere per raccontarla di Gabriel Garcia Marquez siano dei capolavori solo perché la vita dei due scrittori e delle loro famiglie è stata avventurosa ai limiti dell’incredibile. Impossibile credere che sia tutta realtà quella narrata, l’arte è proprio nell’invenzione di cui i ricordi familiari sono infarciti. E quanti libri di ricordi si possono scrivere prima di diventare noiosi? Nel caso dell’Allende il mio limite l’ho raggiunto dopo La casa degli spiriti, Eva Luna e Paula (e molti altri affini nelle storie e nei temi), con Il piano infinito. Nel caso di Carofiglio, dopo la trilogia dell’avvocato Guerrieri e dopo Né qui né altrove, nei quali a mio parere lo scrittore doveva aver esaurito tutte le sue peregrinazioni nelle vie di Bari. E invece ne Il bordo vertiginoso delle cose vi indugia ancora troppo,  soffermandosi inutilmente sulle strade e sulle piazze, elencate senza alcun criterio se non quello di strizzare l’occhio al lettore suo concittadino. Ma se Carofiglio pubblica con Rizzoli e non con un editore locale, non dovrebbe cercare di evolversi battendo nuove strade che non siano quelle dei luoghi e dei ricordi (ormai triti e ritriti per i lettori affezionati) della sua adolescenza che in ogni libro torna a rimpiangere?

La noia è dietro l’angolo, anche per i suoi fan, soprattutto per loro. Niente La casa del bosco dunque. Lascerò perdere le ricette e i ricordi bucolici dei due fratelli in attesa di libri più ispirati che Carofiglio ha sicuramente la capacità di scrivere.

Ditemi, da lettori neutrali perché non baresi (o anche da baresi) cosa ne pensate? Sono curiosa di scoprire se qualcuno ha avuto le mie stesse impressioni.

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Benvenuto a Bari san Nicola!

Tutto il mondo festeggia san Nicola il 6 dicembre. È un santo popolare, venerato dal mondo cattolico e ortodosso, che ha dato origine al mito di Santa Klaus. Ma a Bari san Nicola è prima di tutto il patrono della città e in quanto tale merita una festa privata, solo per il santo e gli abitanti della città. Il 9 maggio del 1087 le ossa di san Nicola arrivarono a Bari, seguendo vie non proprio ortodosse:

La storia è singolare. Le ossa del santo furono rubate a Mira (oggi Demre) in Turchia nel 1087 da un equipaggio di marinai baresi che le portarono nella loro città, fino ad allora sprovvista di un santo patrono. Fu così che Nicola diventò coattivamente il protettore di Bari. Ogni richiesta di restituzione incontrò un cortese ma fermo diniego. L’argomento, non privo di originalità, era che san Nicola aveva scelto Bari come sua città. Se fosse stato contrario all’idea, avrebbe impedito il furto delle sue ossa o scatenato una tempesta per impedire la fuga dei marinai baresi. Non essendosi verificato nessuno di questi eventi, l’unica interpretazione possibile era che san Nicola volesse rimanere a Bari. E se questo discorso non vi convince, peggio per voi.

Questa, la ricostruzione dell’origine del rapporto tra san Nicola e la città di Bari come la racconta Gianrico Carofiglio in Né qui né altrove. Una notte a Bari, libro che lo scrittore barese dedica alla città, edito per la collana Contromano della Laterza. Contromano è una collana molto interessante, che ha tra le altre cose un filone dedicato alle città, viste da dentro, dagli occhi di grandi autori che le hanno vissute. Non guide turistiche, ma romanzi, reportages, diari… nei quali i luoghi assumono una grande importanza.

Sono tanti i luoghi, le storie, i modi di dire, gli odori e i sapori che possono rappresentare una città e quelli di Bari Carofiglio li racconta in maniera ineccepibile, da barese doc. Volendo individuare in questo mare di impressioni qualcosa che sia davvero rappresentativo dello spirito della città ho pensato di accostare al sacro il profano e quindi, al santo, la focaccia barese:

La focaccia barese si prepara mescolando farina di grano tenero, sale, lievito e acqua. Ne deriva un impasto piuttosto liquido che si versa in una teglia rotonda, si condisce con olio, pomodori freschi, olive e poi si cuoce nel forno a legna. Proprio perchè l’impasto è liquido, i pezzi di pomodoro e le olive sprofondano nella pasta, creando e riempiendo dei piccoli crateri morbidi che diventano le parti più buone della focaccia. Si mangia calda ma non bollente, avvolta in un pezzo di carta da panificio, uscendo da scuola, al mare, per cena o anche per pranzo (o merenda o anche colazione, ma questa è roba da esperti): veloce, economico e deliziosamente unto.
La focaccia è una delle cose più buone al mondo. Mi trattengo dal dire che è la più buona al mondo per mantenere un minimo di prospettiva e per evitare il delirio campanilistico. […]
A differenza di molte cose buone, che sono scarse e spesso costose, la focaccia, a Bari, si trova ovunque ci sia un panificio. Cioè ovunque, e tutti se la possono comprare.
La focaccia, a Bari, è una metafora dell’uguaglianza e uno dei pochi simboli (fra questi, degne di nota anche le cozze crude) in cui i baresi riconoscono la loro identità collettiva.

Per chi volesse approfondire la storia di san Nicola, che è molto più complicata di come io l’ho riassunta, c’è un bellissimo film (solo per veri cultori): Nicola, lì dove sorge il sole. È un film no budget recitato in dialetto barese e girato in  bianco e nero con la partecipazione gratuita di tutti gli attori, in parte dilettanti e in parte professionisti.

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