Repubblica

«Ma me lo dici che c’entra il ref… come si chiama? » […]

«Referendum. Serve per scegliere il governo che vuoi».

«Tanto per dire» intervenne lei con aria da saputella, «se io voglio don Mimì a sindaco tu fai il… come si chiama?»

«Tu mi vuoi cugghiunare». Ignorò la stupida considerazione di lei e continuò, deciso: «Il 2 giugno si vota. Montano nelle scuole le cabine, mettono una specie di paravento di legno, lì dietro non ti può vedere nessuno. La cosa più importante è che il voto è segreto. Tu vai al seggio e ti danno una scheda dove ci sono disegnate due figure. Una è per quella chiavica dei Savoia… […] L’altro, quello bello, è per la repubblica, e lì tu ci devi mettere una croce. Perché è la repubblica che vuoi, no? »

Lei calò la testa, non si azzardava più a dire nulla.

«Se scegli la repubblica, sei libera… »

«Ma l’utopia?»

«Se stai zitta c’arrivo. Te lo ricordi il barone che abitava a palazzo Riso? Quello che mi dava un soldo a timpulata? E io me li prendevo gli schiaffi, perché dovevo portare i soldi a mia madre. Ecco, ora pagnuttuni non ne voglio più, né a pagamento né aggratis, e non voglio più essere comandato da nessuno. Ora i baroni devono lavorare come noi, questa è la democrazia. E quando diventeremo tutti uguali, questa è l’utopia. Hai capito ora? »

Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa Olivares

 

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