Il ragazzo selvatico

Non so bene da dove cominciare per parlare di questo libro. Vi capita mai, con una storia, di provare un forte senso di appartenenza, un’empatia che vi fa sentire dentro alle pagine, come se la stesse vivendo voi o come se l’abbiate già vissuta? Leggendo Il ragazzo selvatico di Paolo Cognetti io mi sono sentita esattamente così. Ero già stata nei luoghi che Cognetti raccontava, avevo già vissuto quelle sensazioni, avevo già cercato quella relazione profonda con la montagna, che per me è un luogo dello spirito prima ancora che un luogo fisico. Un luogo che mi manca, devo ammettere. Non posso dire di aver visto molte montagne nella mia vita, vivo nella regione più pianeggiante d’Italia. Ma anche poche, quelle volte hanno lasciato un segno profondo.

In molti criticano gli scout e il loro strano metodo, a me hanno dato una possibilità rara: vivere la natura nella sua pienezza, ad alta quota, senza gli agi della vita cittadina. Percorrere un sentiero, fare il bagno in un ruscello, accendere un fuoco, vegliare le stelle…sono esperienze indimenticabili che capitano a pochi. Per questo non ho potuto non amare questo libro.

La scelta di Cognetti di trascorrere un’estate in una baita, quasi del tutto solo, alle prese con le difficoltà quotidiane ma soprattutto quasi del tutto in solitudine è una scelta che ammiro, che vorrei poter fare mia.

Il senso di serenità che mi regala questo libro è incomparabile. Fino a questo momento l’unico libro che mi regalava questa pace, che mi aiutava a ritrovare la tranquillità era Due di due di Andrea De Carlo. La mia parte preferita quella in cui il protagonista decideva di stabilirsi in campagna, di cercare se stesso tra la cura dei campi, i disagi della vita isolata e autosufficiente. In qualche modo Cognetti ricalca i suoi passi, in maniera meno romanzata ed anzi autobiografica ma, com’è nel suo stile di persona schiva e riservata che ho avuto la fortuna di incontrare ad una presentazione, lo fa senza esibizionismo, quasi con timore di parlar troppo di sé:

Perché mi pare così importante ricordare com’è cominciata? Perché, dopo tre anni e diverse rielaborazioni, il libro ha finito naturalmente per essere un libro su di me. Questo mi imbarazza molto. Uno scrittore dovrebbe coltivare la timidezza, scomparire dentro le sue storie. Deporre le armi della narrativa e dire io, confessandosi a un pubblico di sconosciuti, più che un gesto di coraggio mi sembra un grave peccato di narcisismo. Per questo ho provato a dar voce a un io schivo, come i miei amici montanari: ho eliminato gli specchi di casa e passato molto tempo alla finestra, pur sapendo che scrivere di alberi e animali era un altro modo per scrivere di me, solo nascondendomi nel larice caduto, nella volpe che di notte viene in cerca di cibo, nei ruderi infestati dalle ortiche, nei laghetti d’alta quota e negli ultimi nevai d’agosto. Poi a volte ci sono stato costretto, a dire io. Sono stati i capitoli più penosi, come quei pendii ripidi e brulli che non danno alcun piacere, e li risali a passo lungo e testa bassa per superarli il prima possibile. Scrivendoli mi veniva da chiedere scusa. E mi sono sentito molto meglio quando infine il sentiero ha svoltato e ho potuto tornare a descrivere i suoni del bosco, i gesti di un amico.

Così Cognetti presenta il libro sul suo blog.

Ho amato le descrizioni del paesaggio, degli animali che l’autore chiama semplicemente i “selvatici”, ho ritrovato le mie sensazioni nella notte silenziosa della montagna, il senso di sbigottimento delle cime, anche la paura di quando credi di aver preso la strada e non sai dove accamparti per la notte. Più di tutto ho amato la descrizione degli alberi: l’abete rosso, il larice,il pino silvestre, il pino cembro, la loro vita tra le vette narrata come se fossero fratelli.

Potrei star qui a trascrivervi ogni riga, a ripercorrere ogni immagine, in questo libro mi sono sentita come se io stessi osservando e Cognetti desse solo voce ai miei pensieri. Questo libro per me è destinato a diventare un porto sicuro, la lettura fidata che fai quando tutto volge al peggio,  quando non ti senti tranquillo, quando hai bisogno di stare solo e riflettere. Non ho garanzie che possa fare lo stesso effetto ad altri. Ditemi, qual è il vostro porto sicuro? Qual è il libro che leggete nei momenti difficili? C’è n’è uno o lo state ancora cercando?

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5 commenti

Archiviato in Recensioni

5 risposte a “Il ragazzo selvatico

  1. Io ho parecchio feeling con questo tipo di libri, la solitudine mi attira. Soprattutto perche` raramente sono sola e quando mi capita mi sento spaesata. Ho prenotato in biblioteca “INTEMPERIE” che deve avere lo stesso mood e non vedo l’ora di leggerlo, poi ovviamente questo.
    Bella recensione!

  2. Ciao! Ti leggo da un po’ e il tuo blog mi piace molto! Ti ho nominata per il Shine on Award… A presto!

  3. Sì, il bello di leggere è quando incocci libri che ti entrano letteralmente sotto pelle!!

  4. Ho sentito parlare bene di questo libro e la tua recensione è stata un’ulteriore conferma. L’avevo già puntato da tempo e prossimamente lo leggerò.
    Comunque, a me piace molto Cognetti.

  5. Credo che ad ogni diversa difficoltà corrisponda un diverso genere di libro. Un libro che rassereni, uno che aiuti a riflettere, uno che permetta di prender distanza dagli affanni…

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