Classici rivisitati: Barbablù

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Credo che ogni bambino abbia una favola tabù, un racconto che lo spaventa a morte. Di solito ce n’è uno solo che ti tormenta e ti impressiona davvero. Quando inventarono le fiabe, i fratelli Grimm, Andersen e Perrault decisamente se ne fregavano della pedagogia. Nessuno gli aveva spiegato il concetto di trauma infantile, altrimenti non le avrebbero infarcite di lupi neri e orchi cattivi.

Per quanto mi riguarda la mia fiaba da incubo è sempre stata Barbablù. Scritta nel XVII secolo da Charles Perrault, la fiaba narra di un uomo ricco e potente ma brutto, appunto perché afflitto da un barba di colore blu. Un giorno quest’uomo decise di maritarsi. In paese di vociferava che Barbablù avesse già avuto delle mogli, ma nessuno sapeva che fine avessero fatto. Una vedova, con due figlie e un gran bisogno di denaro, pressata dalla corte dell’uomo, decise di sposarlo. I primi mesi di matrimonio furono un idillio, ma un giorno Barbablù decise di partire e raccomandò la cura della casa alla moglie, imponendole un solo divieto in sua assenza: c’era una stanza nella quale la donna non doveva assolutamente entrare. Gliene affidò la chiave, promettendole che se vi fosse entrata se ne sarebbe pentita. La curiosità è femmina, sembra intendere Perrault, tant’è che la donna non ci mise molto a decidere di avventurarsi nella stanzina misteriosa. E cosa vi trovò? Le sette mogli di Barbablù, morte stecchite in un lago di sangue. Per lo spavento le cadde la chiave che si macchiò del sangue riverso sul pavimento. Con sommo orrore l’ottava moglie fuggì dalla stanza intenzionata a scappare dal castello e non farvi più ritorno ma proprio quella notte il marito fece ritorno a casa. Un particolare della storia mi inquietava particolarmente a questo punto: la chiave, caduta nel sangue, era una chiave stregata. Non appena ripulita ricominciava a gocciolare sangue, per segnalare che la moglie era stata nello stanzino. Barbablù com’è chiaro se ne accorse e qui, non voglio farvela lunga, decise che anche l’ottava moglie era spacciata. Una fiaba però è pur sempre una fiaba e Perrault sembra ricordarsene finalmente, provvedendo al salvataggio miracoloso della donna e alla punizione del cattivo con la morte.

Ora, Barbablù oggi è stato comunemente reinterpretato come un uxoricida ante litteram. Perrault il precursore della definizione di femminicidio. L’interpretazione però non è esatta. Il fatto che nella fiaba le vittime di Barbablù siano delle donne non implica nulla nel campo delle divisioni di genere. Che Barbablù uccidesse serialmente le sue mogli non conta, non quanto il fatto che loro tradivano serialmente la sua fiducia. Perché è di questo che si tratta:

Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, si potrebbe imparare che la curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno.

Devo ammettere, da parte mia, che l’interpretazione reale della fiaba mi inquieta anche di più della sua distorsione, ed è per questo che quando in libreria ho adocchiato Barbablù di Amelie Nothomb non ho potuto fare a meno di comprarlo e ho voluto esorcizzare la mia paura di Barbablù nelle pagine dell’autrice francese. La rivisitazione della Nothomb è molto bella, una rilettura della fiaba con ambientazione contemporanea che risulta molto raffinata ma che non cambia molto, nella sostanza, la trama del racconto. Solo nel finale la Nothomb mi ha delusa: se nella fiaba di Perrault le mogli uccise venivano vendicate dalla mano di un salvatore maschile, la Nothomb sapientemente lascia che sia l’ottava donna a chiudere il cerchio della vendetta, non prima di averle concesso un terribile momento di debolezza. Se il suo barbablù avesse dimostrato di amarla più delle altre sue donne, lei avrebbe potuto salvargli la vita e addirittura lo avrebbe amato fino alla fine dei suoi giorni. L’ho trovato, se possibile, un epilogo più mostruoso della favola stessa. Nell’ottica della Nothomb sarebbe legittimo amare un assassino se lui dimostrasse di amarci sopra ogni cosa. Questa rivisitazione della storia mi ha inquietata parecchio, la mia paura di Barbablù, ahimè, non è stata esorcizzata.

Che ne pensate della conclusione della Nothomb? Mi rendo conto, da un lato, come questo epilogo che a me appare folle sia in realtà un evento tutt’altro che raro che porta (folli?) uomini e donne ad innamorarsi e instaurare relazioni con pericolosi criminali dietro le sbarre. E’ un pensiero che da quando ho letto la Nothomb mi tormenta: fino a che punto è lecito amare qualcuno ignorando i suoi difetti (o i suoi scheletri nell’armadio?).

Insomma, pare che Barbablù sia destinata a rimanere la mia favola tabù. E voi? Ne avete una? Raccontatemela.

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