Ferite a morte

Statistiche. Non vi fanno paura a volte? Non vi rendono estremamente perplessi e sospettosi sul mondo che vi circonda? A volte i numeri sono cifre astratte, leggerli significa poco o niente, ma applicarli su un campione qualsiasi di popolazione cambia la prospettiva. Mio padre ha sempre avuto un metodo personalissimo per farlo. Quando sente un dato statistico che lo lascia perplesso lui cerca di applicarlo ad un gruppo di persone più o meno conosciute, prova a verificare se la percentuale che vuole controllare sia applicabile in maniera realistica ai nostri parenti o amici, agli abitanti del nostro quartiere. Quasi mai il dato fornito da quella statistica ci sembra realistico, ma quasi sempre io credo che dipenda dal fatto che non conosciamo davvero le vite degli altri.

Ad esempio, quando io leggo che in Italia il 31,9% della popolazione femminile è stato vittima di una violenza fisica o sessuale, penso che sia solo un numero come tanti. Ma se provo a calarlo nella realtà devo pensare che è capitato ad una su 3 tra le mie amiche, parenti o vicine di casa. Una su tre. Tre in una classe di scuola, quattro nella squadra di pallavolo, quindici in una scuola di danza, dodici al supermercato questa mattina, sette sull’autobus… Circa 200 a Torino, allo spettacolo della Dandini al Salone del libro, al quale ho assistito con altre 1000 persone, per la maggioranza donne. Nel suo libro la Dandini fa parlare le donne, le vittime dei femminicidi, che dopo la morte prendono voce e raccontano la loro storia. Donne ferite a morte ma alle quali la libertà di parlare dà finalmente la possibilità di raccontare la loro versione.

«Ferite a morte vuole dare voce a chi da viva ha parlato poco o è stata poco ascoltata, con la speranza di infondere coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi».

Circa 700 donne in quella sala erano venute a sentire le letture di Ferite a morte, il libro di Serena Dandini. Circa duecento, tra le donne che ascoltavano quelle storie, non avranno potuto fare a meno di pensare che avrebbero potuto essere le prossime. Oppure no, peggio, molte di loro devono aver pensato che a loro non capiterà mai, non devono aver associato quello che sentivano con la loro situazione personale. Poi ci sono le altre 500, quelle che secondo le statistiche non hanno mai subito violenza. Loro sono quelle che non si accorgono delle altre 200, non sono consapevoli che siedono alla poltrona affianco a loro, davanti, alle loro spalle. Non sono consapevoli che sono le loro sorelle, le loro figlie, le loro cugine, le loro alunne, le loro vicine di casa. Mi ci metto anch’io tra quelle 500, perché questo è un pensiero che ho fatto a posteriori e se anche l’avessi fatto in quella sala, di cosa mi sarei accorta? Di cosa non mi accorgo nel quotidiano? Di cosa taccio? Se capitasse a me saprei difendermi? Saprei dirlo a qualcuno? Se avessi dei figli sarei sicura di come li ho educati? Cosa possiamo fare noi per quelle 200 donne? Per le nostre sorelle, amiche, parenti, vicine di casa? Cosa possiamo fare?

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5 commenti

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5 risposte a “Ferite a morte

  1. Secondo me una cosa che possiamo fare tutti, nel piccolo, è parlare di queste cose, con le nostre amiche/parenti prima di tutto, e poi con gli uomini, anche se forse con i nostri conoscenti non c’è ne bisogno, ma si sa mai che poi si passi parola e ancora e ancora…io credo nelle piccole azioni 🙂
    Il libro della Dandini lo voglio leggere 😀 !!

  2. Sara

    Possiamo essere sempre attente, interessarci della vita delle donne che ci circondano, offrire la nostra complicità femminile e stare ad ascoltare. Possiamo studiare, leggere, informarci. Possiamo o dobbiamo? Io direi dobbiamo. Soprattutto credo fermamente che non si debba dimenticare. Le testimonianze e racconti di tutte le donne del mondo devono servirci per non dimenticare. E parliamo con le ragazze più giovani, con le studentesse delle scuole medie e delle superiori. Offriamo loro la possibilità di farci domande, di capire, di avere dei punti di riferimento, di diventare consapevoli del loro corpo, dei loro diritti, dell’importanza delle loro idee.

  3. Le statistiche non fotografano mai la realtà, sono sempre un’approssimazione. Nel caso della violenza contro le donne, secondo me, sbagliano per difetto, nel senso che la violenza è molto più diffusa e strisciante di quel che si pensi. Cominciare ad esserne consapevoli è un primo importante passo, quindi, come dici tu, è necessario aprire gli occhi sulle donne che ci circondano. Il secondo passo è imparare a difendersi, anche fisicamente. Io ho fatto un corso di autodifesa che mi ha insegnato molto e che, spero, non mi servirà mai. Il terzo passo è l’educazione impartita ai nostri figli, l’unico modo per agire davvero alla radice del problema.

  4. Bella domanda! Non oso dare una risposta perché una qualsiasi potrebbe essere perbenista e non veritiera. Per me bisognerebbe conoscere da vicino queste situazioni. Farle conoscere sin da bambine se è possibile.
    Complimenti per l’articolo! 🙂

  5. Raj

    Patrick Stewart responde alla domanda..

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