Il senso di una fine

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” (Gabriel Garcia Marquez).

Quante volte nel corso delle nostre esistenze ci soffermiamo, anche solo per un attimo, nel mezzo del traffico del quotidiano oppure ore infinite di notte fissando il soffitto, cercando di trovare un senso? Voglio trovare un senso a questa vita anche se un senso non ce l’ha, cantava Vasco. E quante volte invece ci soffermiamo sul senso di una fine, ovvero del senso di una morte. Perché a volte la morte è insensata. A mio parere lo è sempre, ma ci sono momenti in cui lo è di più ed è di questo che parla Il senso di una fine di Julian Barnes.

«Sono sopravvissuto. Come si dice “vivere per raccontarla”, giusto? Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta disinvoltamente, con il vecchio Joe Hunt; adesso lo so. E’ fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti».

«Tony Webster è un uomo senza qualità» recita la quarta di copertina. Non sono d’accordo. Io lo trovo un uomo acuto ed intelligente. Ma nel gruppetto di quattro giovani amici la cui storia viene ricostruita proprio a partire dai ricordi di Tony, viene rappresentato come il più ingenuo o come il portatore sano di una imperdonabile normalità. Più che senza qualità, Tony è un uomo medio e lo sono anche i suoi due amici Colin e Finn. Non lo è invece Adrian, dal primo momento presentato come un personaggio eccezionale, sul quale tutti nutrono grandi aspettative. Il tempo passa, i giorni della scuola finiscono, Colin e Finn assumono sempre meno peso nella storia fino a scomparire. Come di tanti amici dell’adolescenza, di loro si perdono le tracce. Rimangono Tony e Adrian, i due presunti antipodi in un asse che comprende solamente il genio e il colpevolissimo uomo medio. Il genio ha davanti a sé un luminoso futuro, il genio riesce a far innamorare Veronica, la stranissima ex ragazza di Tony. Ci sono tutti i presupposti perché Adrian diventi un vincente e Tony un fallito.

Ma nella vita non è tutto bianco o nero, ci dice Julian Barnes. Ad un tratto qualcosa si spezza. Senza un perché, senza preavviso, senza un senso appunto. Qual è il senso della fine di Adrian? Una strana eredità porterà Tony a doverselo chiedere, dopo tanti anni. Ma in fondo è la domanda che alberga dentro di lui da sempre. «Troppa intelligenza» ha sentenziato sua madre tanti anni fa. Questa domanda è il filo attraverso cui si snoda tutto il romanzo, che io ho letto tutto di un fiato. Volevo sapere. Il finale può scioccare, personalmente l’ho trovato poco verosimile, ma non starò qui a rovinarvelo. Vi dico solo a prescindere da ciò che accade nelle ultime due pagine ciò che conta è il percorso a ritroso nella memoria, il racconto di una vita che, come dice Garcia Marquez, non è mai quella che si è vissuta ma quella ricordata per raccontarla.

Consiglierei questo libro meno a dei giovani e più a delle persone dell’età dei miei genitori, per la difficoltà a capire fino in fondo alcune riflessioni di Tony. Tutto si può immaginare, ma altro è condividere un pensiero:

«Quando hai vent’anni, pur essendo confuso e dubbioso sulle tue mire e aspirazioni, hai comunque forte il senso di cosa sia la vita e di cosa tu sia o possa diventare, in quella vita. Dopo… beh, dopo ci sono più incertezze, più sovrapposizioni, marce indietro, falsi ricordi. Da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera. Più tardi la memoria si riempie di toppe e brandelli. E’ un po’ come la scatola nera degli aerei, che registra quel che accade in caso di incidente. Se non succede nulla, il nastro si cancella da sé. Perciò, se davvero precipiti, è chiaro perché l’hai fatto; ma se non vai giù, allora il giornale di bordo del tuo viaggio si fa assai meno limpido».

Soprattutto, oltre alla trama, una bellissima scrittura, un libro breve ma pensato in ogni suo dettaglio. Un incipit che si lega simmetricamente con l’explicit (paragrafo iniziale e finale bellissimi a mio parere). Insomma non un libro banale, un libro davvero ben scritto, per i miei gusti. E poi, gli Einaudi sono davvero di un’eleganza incomparabile.

«Un piccolo gioiello di concisione ed esattezza». (Los Angeles Times)

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9 commenti

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9 risposte a “Il senso di una fine

  1. Pingback: I migliori del 2013 | Le librerie invisibili

  2. Mi è piaciuto moltissimo! Credo tuttavia che se si hanno meno di 40 anni sia più difficile da apprezzare!

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