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Quelli che… aspettano

Qualche sera fa sono stata a teatro, a vedere lo spettacolo di una piccola compagnia locale intitolato Due croci. Vorrei definirla una storia tragicomica ma ad essere sincera nel complesso è stato più che altro angosciante. Sul palco ci sono tutto il tempo due personaggi che sono, letteralmente, messi in croce. L’organizzatore di una rappresentazione pasquale sulla Passione di Cristo li ha sistemati su due croci, promettendo di raggiungerli presto con tutta la processione. Fatto sta che, vuoi la partita, vuoi il temporale, tutto salta e il paese si dimentica dei due malcapitati che rimangono ore ore in estenuante attesa. Nel frattempo ovviamente parlano, si raccontano, ti fanno anche ridere ma la situazione in sè è ovviamente angosciante. Forse lo sceneggiatore di questo spettacolo aveva in mente il celebre Aspettando Godot quando ha scritto la sua commedia. Fatto sta che, mentre in Beckett Godot non arrriva, con buona pace dei due che lo attendono, in questo caso il finale è più tragico: i due vanno incontro ad una vera Passione.

Sul tema dell’attesa è incentrato anche un romanzo straordinario, metafora dell’esistenza umana, scritto da Dino Buzzati: Il deserto dei Tartari. In esso il protagonista, Giovanni Drogo, è un giovane militare che viene inviato a presidiare la Fortezza Bastiani, ultimo baluardo ai margini del deserto. Tutta la sua esistenza trascorre in attesa dell’esercito dei Tartari. Arriveranno? Riuscirà Giovanni Drogo infine a combatterli? Non ve lo dico. Il deserto dei Tartari è un libro troppo significativo per bruciarvi il finale. Vi consiglio di leggerlo. Intanto vi lascio con il suo explicit:

Facendosi  forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno guardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Nonostante l’angoscia insomma, questo spettacolo mi ha fatto pensare e rievocare molte cose. Siamo tutti in attesa di qualcosa? Di finire l’università, di realizzarci sul lavoro, di avere una promozione, di dimagrire, di fare un figlio, o anche semplicemente della domenica? In una celebre preghiera Madre Teresa raccomandava di non aspettare troppo per essere felici:

Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.
Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo.
Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.

Voi ne siete capaci? O siete in attesa? Cosa aspettate in questo momento?

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