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Lui, lei, l’altro

Attenzione! Questa recensione sarà volutamente banale e irriverente. Il libro di cui voglio parlarvi oggi è un classicone della letteratura russa che ho deciso di leggere per l’iniziativa Un classico al mese del blog Storie dentro storie: Le notti bianche di Fedor Dostoevskj.

Detto ciò, io vi ho avvisati e se non ve la sentite di vedere questo libro banalizzato e scarnificato alla stregua di una puntata di Beautiful non ve la prendete con me, ché ve l’avevo detto. Perché banalizzare, direte voi. Intanto perché su questo libro le recensioni serie, ben scritte e traboccanti di amore abbondano nella rete. Io invece mi sono chiesta cosa fa di questo libro un capolavoro, o se volete, dal momento che la definizione è sempre opinabile, cosa ne fa un classico a più di 150 anni di distanza. L’introspezione, l’atmosfera sognante, quasi mistica, l’incanto notturno della Pietroburgo notturna? Due giovani che dialogano su una panchina, l’illusione di un attimo di beatitudine alimentata dalle notti bianche e la dolorosa disillusione del mattino?

“Dio Mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?”

Alla luce del sole spesso accade che i sogni si infrangano, che la realtà si mostri nella sua vivida crudeltà, che le possibilità di un sognatore di vivere nel mondo reale si riducano fino ad annullarsi. Tutto questo e molto di più (ciò che ognuno vuole trovare di suo in questa storia) fa de Le notti bianche il classico che è. Ma c’è anche qualcos’altro. E qui, perdonatemi, viene la parte banale. La recensione che non avrei voluto/dovuto fare ma che m’è venuta in mente e non so trattenermi.

Sì, perché Le notti bianche è un romanzo sentimentale. E come tale si alimenta di una serie di clichè sempre attuali, dai tempi di Dante ad una puntata di Beautiful. Dostoevskij sarà anche capace di sublimarli e renderli nobilissimi, ma io li vedo e perciò, perdonatemi, banalizzo:

1 Il triangolo no… Lui, lei, l’altro. Il triangolo c’è sempre nel classico d’amore, fateci caso. Da Emma Bovary al giovane Werther, da Heathcliff a Gatsby il leit-motiv è uno soltanto: lui ama lei, lei ama l’altro. Ne Le notti bianche il sognatore ama Nasten’ka, Nasten’ka ama il suo bel tenebroso. E quando lei per un attimo, il tempo di una passeggiatina sul fiume, decide di amare lui, ecco che il suo amato riappare e lei molla lì il nostro protagonista nel giro di trenta secondi:

“Dio, che grido! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io stavo lì fermo e li guardavo come un morto. Ma gli aveva appena dato la mano, si era appena gettata nelle sue braccia, che d’improvviso si voltò di nuovo verso di me, me ritrovai accanto come un turbine, come un lampo, e, prima che avessi il tempo di riavermi, mi si strinse al collo con ambedue le braccia e mi baciò fortemente, ardentemente. Poi, senza dirmi una parola, si gettò nuovamente verso di lui, lo prese per mano e lo trascinò dietro di sé. Rimasi lì fermo a lungo e li guardai andar via… Alla fine scomparvero ambedue alla mia vista.”

2 Prendi una donna, trattala male… Il sognatore tratta Nasten’ka come una regina, passa le nottate a sentire le sue lagne d’amore, a consolarla, tenta anche di trasformarsi in cupido recapitando lettere all’altro, che le sta spezzando il cuore. Lui sarebbe migliore dell’altro, lo sa bene, ma non osa dirlo a lei, che a sua volta ne è consapevole:

Penso a voi, voi siete così buono che sarei di pietra se non lo sentissi. Sapete cosa mi è appena venuto in mente? Vi ho messo tutti e due a confronto. Perché lui non è voi? Perché non è come voi? È peggiore di voi, eppure io lo amo più di voi.

3 La regola dell’amico non sbaglia mai… Neppure ai tempi di Dostoevskij:

Dio che amico siete. Ma vi ha mandato Dio da me! Insomma, cosa ne sarebbe di me, se ora voi non foste con me? Come siete disinteressato! Come sapete amarmi bene! Quando mi sposerò, saremo molto amici, più che fratelli. Vi amerò quasi quanto lui…

E infine…

4 Restiamo amici…:

Noi ci incontreremo, verrete da noi, non ci lascerete, sarete in eterno per me un amico, un fratello… E quando mi vedrete mi darete la mano… vero? Me la darete, mi avete perdonato, non è vero? Mi amate come prima?

E ora che vi ho ridotto Le notti bianche sullo stile di una puntata di Beautiful posso dirvi: in fondo è questo che ci piace dei classici. Li leggiamo perché parlano di noi, perché continuano a fotografarci attraverso il tempo, perché leggendoli leggiamo noi stessi, le nostre beghe, perché in una delle quattro situazioni di cui sopra ci siamo ritrovati tutti. C’è molto più di questo in un classico, lo so. Ma io non sono un critico, sono una lettrice e allora, perdonatemi, banalizzo.

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La guerra, l’amore, la libertà

 

«Una telespettatrice di Milano ci scrive scandalizzata dopo aver intercettato per strada una conversazione tra due adolescenti che uscivano da scuola:

 -Il 25 aprile non c’è lezione.-

-Perché?-

-Boh, si festeggia qualcuno che ha liberato qualcosa.-

Due spettatrici di Brescia invece ci scrivono scandalizzate perché, alla vigilia del 25 aprile, la giunta comunale ha deciso di riesumare una statua del passato fascista. La statua dovrebbe tornare a piazza della Vittoria, a pochi metri da quella piazza della Loggia che fu il luogo della strage neofascista nel 1974. Il costo di quest’operazione di restauro sarà di 400 000 mila euro, spesi da una giunta che ha appena tagliato 5 milioni ai servizi sociali». *

 

In occasione della giornata della memoria, qui sul blog discutevamo sull’efficacia delle letture destinate ai ragazzi per raccontare l’Olocausto. In quel post l’oggetto dei miei dubbi era l’attualità del diario di Anna Frank. Oggi invece, a ridosso della Festa della Liberazione vi chiedo: quali sono state le vostre letture su quest’argomento? Le mie, i classici La casa in collina, Il sentiero dei nidi di ragno, La ragazza di Bube… Tutti libri straordinari, che probabilmente vengono spesso proposti nelle scuole. Ma mi sono chiesta: quant’è profondo il senso di immedesimazione che ho provato leggendoli? Potrei dire superficiale, quei personaggi sono lontani da me, non riesco a identificarmi in nessuno di loro.

In questi giorni invece, ho letto un libro bellissimo che sono sicura non conoscete. Si chiama Tregua nell’ambra ed è scritto da una giovane autrice pugliese, Ilaria Goffredo.

http://lelibrerieinvisibili.files.wordpress.com/2013/04/copertinatreguanell27ambra.jpg?w=390&h=546

Ilaria mi ha contattata per propormi la lettura di questo libro, raccontandomi un po’ la sua storia: tra i finalisti nel concorso “ilmiesordio” di Feltrinelli, il libro non è stato preso in considerazione da nessun editore per la pubblicazione. L’autrice perciò ha deciso di renderlo disponibile gratuitamente come segno di protesta verso il mondo editoriale. Io vi consiglio di scaricarlo, perché a mio parere è un libro bellissimo e voglio davvero ringraziare la sua autrice per avermelo fatto conoscere.

Si parla poco del sud Italia durante la guerra. Si è creata, negli anni, la percezione che la guerra e la Resistenza siano stati esclusivamente un vissuto del nord. Ilaria Goffredo ambienta la sua storia a Martina Franca,  un paese del tarantino, nel 1943. Racconta la guerra, le angherie del fascismo, i campi di concentramento presenti anche sul territorio pugliese, l’antifascismo; ma soprattutto racconta la storia di un amore bellissimo capace di sopravvivere agli orrori del suo tempo.

L’ho letto in un giorno solo, soffrendo, sperando, immedesimandomi negli stati d’animo dei protagonisti, sperando ingenuamente in un lieto fine, dimenticando che in guerra non esiste alcun lieto fine.

Leggetelo, perché al di là della sua verità storica (sulla quale non ho i mezzi per giudicare) è un libro che vi farà rivalutare tante cose che date per scontate nella vostra quotidianità: la libertà, la pace, il rispetto dei diritti umani.

Leggetelo, per ricordarvi di come si vive in quei luoghi in cui oggi c’è la guerra, per rivolgere un pensiero a tutti coloro che vivono sotto una dittatura, per tutti coloro che non sono liberi e in pace.

Leggetelo, perché è una storia emozionante, una storia di speranza e di amore per la libertà.

«Io a quelle ragazzine vorrei dire che hanno ragione: il 25 aprile non si festeggia “qualcuno” che ha liberato “qualcosa”. Si festeggiano gli italiani che si sono liberati dalla dittatura. Alla giunta di Brescia vorrei dire la stessa cosa». *

* (Massimo Gramellini a Che tempo che fa del 20 aprile ’13)

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Morire dal ridere, una favola per adulti

Che rapporto avete con la morte? Messa così, ad incipit, la domanda potrebbe suonare troppo pesante. Già vi vedo, che scorrete la pagina per cercare un altro post. Fermi lì, non comincerò una dissertazione filosofica sull’opportunità o meno di avere paura della morte; ma la domanda che vi ho posto è essenziale, fondamentale direi, per capire se il libro di cui vi parlo oggi può piacervi oppure no.

Morire dal ridere di Antonietta Usardi è una favola moderna, ambientata in una dimensione temporale non ben definita, in una Milano contemporanea se non fosse per la particolarità della situazione attorno a cui gravita la storia narrata: in questa Milano, che evidentemente non è quella che noi conosciamo, il morire è una pratica che attiene al singolo. In poche parole il suicidio è consentito dalla legge ed esistono attività commerciali che della “libera morte” possono fare un bussiness. È ciò che accade ai proprietari del negozio “Una volta e per sempre”, protagonisti della storia.

Ecco svelato il perché di quella mia molesta domanda iniziale. L’argomento trattato dalla Usardi è delicato e può risultare sgradita l’ironia con la quale viene trattato, se il lettore non è ben preparato alla lettura. Mi sono chiesta: si può scherzare sulla morte, e soprattutto sul suicidio, oppure sono argomenti irrimediabilmente tabù? Messa giù così, la trama di questo libro potrebbe sembrare pesante, cupa, di cattivo gusto. Non è così, o per lo meno a me non ha fatto questo effetto. Devo dire, a scanso di equivoci, che è un libro che non consiglierei a persone che stanno attraversando un momento difficile o che hanno vissuto un lutto, per l’impossibilità in un momento come questo di sorridere sull’argomento. Non lo consiglierei a dei ragazzi, ma solo a degli adulti in grado di comprenderlo e metabolizzarlo.

morire dal ridere cop

Fatte queste premesse che ritenevo doverose, devo dire che il libro, inviatomi dall’autrice per una recensione, mi è sembrato divertente, leggero, arguto e soprattutto ben scritto. Data l’apparente ostilità dell’argomento, l’autrice è stata brava a non far pesare neppure una pagina. Il ritratto della famiglia impegnata in questo strano bussiness ricorda per certi versi quello di una moderna famiglia Addams nella quale irrompe come una ventata di inaspettato ottimismo la figura del piccolo Robespierre, amante della vita e deciso a ribaltare le sorti del destino famigliare. In maniera paradossale il risultato finale sarà quello del ribaltamento della crisi e del pessimismo, per lasciare spazio ad un nuovo amore per la vita.

L’ho trovata una lettura spiritosa e ho apprezzato la sua brevità che evita di scivolare in tinte troppo dark. L’unica pecca che devo attribuire all’autrice è quella di non approfondire abbastanza bene il contesto nel quale si svolge la storia. Siamo a Milano,  in un periodo storico che non viene specificato, un’epoca del futuro, suppongo, della quale mi sarebbe piaciuto avere un’immagine più dettagliata. Cosa è successo in questa Milano (e dunque in questa Italia) oltre alla legalizzazione del suicidio? La storia si svolge troppo tra casa e bottega e ignora quasi completamente il mondo esterno. Una ambientazione più vasta avrebbe dato un respiro più ampio all’opera.

Questo libro in ogni caso mi ha spiazzata. Molte favole si basano su una esorcizzazione del timore della morte, ma in nessuna il tema mi è sembrato così esplicito. Voi avete mai letto qualcosa di simile? Conoscete altri autori che si sono fatti beffe dell’argomento? Apprezzate il genere?

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Classici in giallo

Nuovo mese, nuovo classico da leggere. Ad aprile, per la sfida “Un classico al mese”, lanciata dal blog Storie dentro storie, ho deciso di dedicarmi per una volta ad un genere che trascuro molto: il giallo. Di classici in giallo ce ne sono tanti e devo dire che il genere mi è risultato molto più congeniale dopo la lettura di un opera dedicata all’argomento che ho studiato per un esame di letteratura francese: Splendori e misteri del romanzo poliziesco. E’ una raccolta di saggi a cura di Castoldi, Fiorentino e Santangelo, tutti incentrati su un aspetto particolare ricollegabile ai romanzi polizieschi, in particolare a quelli francesi, una sorta di dizionario del giallo. Se siete amanti dei gialli ve lo consiglio, è pieno di curiosità e di analisi dettagliate delle opere di celebri giallisti.

Per buttarmi sul genere io ho deciso di affrontare un classicone, opera di una regina del giallo. Sto parlando di lei, Agatha Christie, e di uno dei suoi libri più noti: Dieci piccoli indiani.

La trama, per quel poco che vi posso dire, è arcinota. Un’isola, dieci invitati da un misterioso padrone di casa, ognuno di loro nasconde un segreto, ognuno di loro si è reso responsabile della morte di un altro essere umano. Un medico, un giudice, un ex poliziotto, una giovane insegnante, una vecchia zitella, una coppia di domestici, un generale in pensione, un esploratore, un giovane viziato. Tutti forzosamente rinchiusi in una casa, uno alla volta cominciano a morire per mano di n assassino misterioso. Dieci statuette, raffiguranti dieci negretti (era questo il titolo dell’opera in tempi non politically-correct) destinate a scomparire ad una ad una con il progredire delle morti. Una procedura che assomiglia ad un’espiazione di massa. L’assassino conduce un macabro gioco che segue una filastrocca:

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahime’,e’ rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di loro s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

 

L’assassino è uno dei dieci. Ma chi?

Spero di aver suscitato la vostra curiosità. Questo è un classico da leggere. In qualche modo si è affermata nel tempo la convinzione che i gialli siano libri di serie B. Ora, io non sono un’appassionata del genere, se non altro perché se lo leggo a letto poi non ho il coraggio di alzarmi a prendere un bicchier d’acqua. Ma non si può certo dire che Agatha Christie sia una scrittrice banale. Si dice che l’assassino sia sempre il postino o il maggiordomo, ma se così fosse, perché questo e altri gialli godrebbero di una fama tanto longeva nel tempo? Il giallo è un genere letterario interessantissimo, nel quale

«ciò che conta, è il viaggio verso il cuore di tenebra che comporta ogni romanzo poliziesco, viaggio in cui il tradizionale conflitto fra il bene e il male conduce sovente a scoprire la loro singolare complicità».

(Francesco Fiorentino, nell’introduzione del saggio Splendori e misteri del romanzo poliziesco)

E voi? Siete amanti del genere? Quali sono i classici del giallo che avete letto e che consigliereste?

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10 cose per cui potrei non seguire un lit-blog

Ribloggato da lepaginestrappate:

Clicca per visitare l'articolo originale

1. I post con i comunicati stampa delle case editrici.

2. Lo sfondo colorato e il cursore con le farfalle. De gustibus, ma il ticket dell'oculista a chi lo mando?

3. l pedissequi riassunti delle trame.

4. Le recensioni oggettive.

5. Il copia-incolla da altrove della trama, del vitamorteemiracoli dell'autore e poi la dicitura "Recensione" coi due punti. Per i primi due esistono wikipedia e le case editrici, per la terza le "schede libro" che dovevo fare alle medie.

Continua a leggere... 120 altre parole

Questo post lo condivido troppo, non posso non rebloggarlo!

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I classici sono noiosi (ogni tanto)

Se sul web si sprecano le classifiche dei 20, 50 o 100 libri da leggere prima di morire (ne avevo proposta una anche qui sul blog), più inconsuete sono invece le liste dei libri da non leggere assolutamente. Il Daily Telegraph qualche tempo fa ne ha stilata una, composta in parte da classici e in parte da titoli famosi ma più attuali.

I cinquanta libri da NON leggere prima di morire

  1. James Joyce, Ulisse
  2. Georges Orwell, 1984
  3. Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio
  4. Jane Austen, Emma
  5. David Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
  6. Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury
  7. Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby
  8. Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte
  9. Victor Hugo, I miserabili
  10. Margaret Mitchell, Via col vento
  11. Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine
  12. Albert Camus, Lo straniero
  13. Voltaire, Candido
  14. Franz Kafka, Le metamorfosi
  15. Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther
  16. Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose
  17. Lev Tolstoj, Guerra e pace
  18. Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
  19. Paulo Coelho, L’alchimista
  20. Stieg Larsson, La ragazza che giocava con il fuoco
  21. Elizabeth Gilbert, Mangia prega ama
  22. Philip Roth, Lamento di Portnoy
  23. Hunter S. Thompson, Paura e disgusto a Las Vegas
  24. Julian Fellowes, Snob
  25. Stephen Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo
  26. Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto
  27. Marina Lewycka, Breve storia dei trattori in lingua ucraina
  28. Jilly Cooper, Polo
  29. Sebastian Faulks, Il canto del cielo
  30. Richard Dawkins, L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere
  31. Mick O’Hare (curatore), Perché ai pinguini piace freddo?
  32. John Gray, Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere
  33. Neil Strauss, The Game. La bibbia dell’artista del rimorchio
  34. Germaine Greer, L‘eunuco femmina
  35. Malcolm Gladwell, Fuoriclasse. Storia naturale del successo
  36. Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici
  37. Stephen Fry, The Fry Chronicles
  38. Alain de Botton, L’importanza di essere amati. L’ansia da status
  39. Frank McCourt, Le ceneri di Angela
  40. Tony Blair, Un viaggio
  41. Gordon Brown, Courage
  42. Katie Price, Jordan: Pushed to the Limit
  43. Ian McEwan, Sabato
  44. Louis de Bernières, Il mandolino del capitano Corelli
  45. Dan Brown, Il codice da Vinci
  46. Stephenie Meyer, Twilight
  47. JK Rowling, Harry Potter…
  48. David Nicholls, Un giorno
  49. Robert Baden-Powell, Scoutismo per ragazzi
  50. Vladimir Nabokov, Lolita

Su alcuni titoli di questa classifica proprio non mi trovo d’accordo. Ho letto con entusiasmo 1984, Orgoglio e pregiudizio, Il grande Gatsby, Cent’anni di solitudine (ma sono matti?!) , dei titoli tra il 20 e il 40 non ne conosco uno, sul 49 hanno proprio ragione, B.P. ha fondato un movimento al quale sono immensamente debitrice ma non ci sapeva fare con la scrittura (e non è neppure il suo libro peggiore!).

In ogni caso, condivisibile o meno, la classifica ci aiuta a sfare un mito: i classici non sono sempre noiosi, ma neppure sempre così unici e imperdibili come vogliono farci credere. Io per esempio, per la sfida “Un classico al mese” lanciata dal blogger di Storie dentro storie, questo mese mi sono imbattuta in un classico davvero difficile da mandare giù. Amareggiata per l’esistenza di soli commenti positivi per questo libro sul web, sono stata sollevata nel ritrovarlo al 15° posto della classifica del Telegraph. Ebbene sì sto parlando di lui: I dolori del giovane Werther di Goethe.

Werther ama Lotte, Lotte non ama Werther, o forse sì ma se ne accorge troppo tardi, inutilmente visto che ormai è sposata con Albert. Di questo amore non corrisposto Werther ne fa una malattia, e invece di allontanarsi dalla coppia come farebbe una persona più equilibrata, lui continua a frequentarli attirando inevitabilmente il fastidio di lui, la commiserazione di tutti e i goffi tentativi di lei per escluderlo dalla sua vita. Tutta la storia noi la conosciamo esclusivamente dalla parte di Werther che per tutto il romanzo invia delle lettere all’amico Wilhelm, lettere delle quali non ci è data leggere nessuna risposta. Il libro perciò si configura come un monologo dai toni eccessivamente patetici per i miei gusti. Non è l’amore impossibile e sofferente a disturbarmi, non è forse questa la trama anche di Cime tempestose di cui vi ho parlato un mese fa? Ma in quel libro, e in altri della stessa epoca c’era energia, c’era una trama, c’era passione. A me Werther non trasmette tutto questo. Mi fa venire voglia di scuoterlo, di prenderlo a schiaffi. Insomma lo trovo un personaggio insulso. E il finale poi (è arcinoto perciò perdonatemi se ve lo racconto o saltate i prossimi righi). So bene che nella letteratura ottocentesca la celebre massima dei Neri per caso “si può amare da morire ma morire d’amore no” non poteva valere, ma cavolo Catherine (sempre Cime tempestose) moriva con più stile. Tu, caro Werther, per ucciderti chiedi le pistole in prestito al marito della tua amata, lei stessa le consegna al tuo domestico presagendo qualcosa, ma troppo stupida o debole per fermarti in pratica firma la tua morte; non muori sul colpo ma dopo lunga agonia. Una lagna.

E ora forza, aspetto con ansia qualcuno che mi contraddica e che mi dimostri che Werther è un grande personaggio letterario. Personalmente è il ritratto di un uomo che non vorrei mai incontrare. Donne pazze di Werther, presentatevi e illustratemi le ragioni del vostro amore.

E a proposito della classifica, quali sono i vostri classici da NON leggere?

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Chi ha bisogno di Anne Frank?

Tranquilli, il titolo chiaramente provocatorio non mi appartiene. E’ frutto della traduzione di Who needs Anne Frank, curioso articolo di Dana Sachs comparso la scorsa settimana sull’edizione Usa dell’Huffington Post. L’articolo mi ha colpita e mi ha fatta molto pensare, dal momento che in questi giorni ero presa dalla lettura di Una vita. Selma Meerbaum Eisinger di Francesca Paolino, storia che ha davvero tanto in comune con quella della più nota Anne Frank.

Il succo dell’articolo, che vi invito a leggere, è il seguente: il figlio adolescente della giornalista, imbattutosi nella lettura del diario di Anne Frank, l’ha trovata decisamente noiosa. Tutta la storia si svolge in un attico, non accade mai nulla, questa la lamentela. Le rimostranze del figlio hanno spinto la giornalista, che invece aveva provato tutt’altri sentimenti nella lettura quando era un’adolescente, a interrogarsi sulla validità dei mezzi attraverso i quali cerchiamo di trasmettere la testimonianza dell’Olocausto ai più giovani. Forse Anne Frank non è più adeguata ai tempi, ecco l’ipotesi. Forse le giovani menti hanno bisogno di letture più stimolanti per interessarsi all’argomento.

E’ una questione complessa, sicuramente. Mi piacerebbe sapere da qualche insegnante se è diventato davvero così difficile appassionare i ragazzi ai classici sull’Olocausto. Sono stata adolescente non molto tempo fa e il libro mi era piaciuto immensamente ma certe cose cambiano e si evolvono nel giro di poche generazioni. In un certo senso mi urta il pensiero che ogni cosa, anche tremendamente seria come questa, abbia bisogno di un contenitore ludico o avventuroso per essere offerta alle attenzioni di una scolaresca. D’altra parte il fine, secondo la giornalista, giustificherebbe il mezzo. Meglio puntare su qualsiasi lettura possibile purché coinvolgente, piuttosto che ottenere l’effetto del rifiuto o del disinteresse verso l’argomento. Non saprei, sono davvero perplessa.

Io ad esempio, se fossi una professoressa, una storia come quella di Selma Meerbaum Eisinger non esiterei a proporla ai miei alunni.

Francesca Paolino è una ricercatrice. Va da sé che il libro si presenta più come un saggio che come un romanzo ma è altrettanto coinvolgente per la storia umana che vi è narrata. Selma nasce nel 1924 a Czernowitz, una città della Bucovina oggi apparentente all’Ucraina, luogo a noi sconosciuto ma all’epoca città nota come “la piccola Vienna”. Selma era una ragazza solare, sensibile e riservata. Amava immensamente leggere, soprattutto i poeti, frequentava un’associazione, usciva con le amiche. Amava scrivere versi, sognava un futuro da scrittrice. Ma era anche un adolescente normale, che non si trovava bella, che detestava i suoi capelli, i suoi piedi troppo grandi, che si sentiva inadeguata e che provava un amore non corrisposto per un ragazzo più grande. Quella di Selma è una figura nella quale immedesimarsi, i versi delle sue poesie esprimono desideri condivisibili, una immensa voglia di vita all’approssimarsi della fine.

Vorrei ridere e sollevare pesi

e vorrei lottare

e vorrei prendere il cielo con le mani

e vorrei essere libera, respirare e gridare.

Il corso degli eventi lo possiamo immaginare. Da un’esistenza serena la vita di Selma si trasforma in un inferno con l’approssimarsi della guerra e con l’entrata in vigore delle leggi razziali. Gli ebrei di Czernowitz come quelli di tante altre città europee vengono prima trasferiti in un ghetto, dal quale Selma cerca anche di fuggire, finendo per essere inseguita e rompendosi una gamba. Ma è un periodo di transizione al quale segue la reclusione in un campo di lavoro, dove Selma perderà la vita nel 1942 ammalandosi di tifo.

Sono tanti i versi di Selma che mi hanno affascinata e commossa, vorrei riportarveli tutti ma per motivi di spazio non posso, piuttosto vi esorto a comprare il libro e se siete genitori o insegnanti a proporlo ai vostri ragazzi. L’opera poetica di Selma Meerbaum-Eisinger è da conoscere e da raccontare.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta.

Ringrazio di cuore l’autrice Francesca Paolino per avermi fatto conoscere il suo libro ma soprattutto per avermi fatto conoscere l’opera di Selma Meerbaum-Eisinger. Ho gusti difficili per la poesia, ma nei versi di questa giovane poetessa mi sono ritrovata. Spero che in tanti possano conoscerla e attraverso le sue parole riuscire a provare quel senso profondo di condivisione del dolore che dovrebbe essere il fine ultimo di tutte le nostre manifestazioni in ricordo dell’Olocausto.

Una

Vita.

Muoiono

a mille a mille.

Non si alzano.

Mai,

mai

più.

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Il senso di una fine

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” (Gabriel Garcia Marquez).

Quante volte nel corso delle nostre esistenze ci soffermiamo, anche solo per un attimo, nel mezzo del traffico del quotidiano oppure ore infinite di notte fissando il soffitto, cercando di trovare un senso? Voglio trovare un senso a questa vita anche se un senso non ce l’ha, cantava Vasco. E quante volte invece ci soffermiamo sul senso di una fine, ovvero del senso di una morte. Perché a volte la morte è insensata. A mio parere lo è sempre, ma ci sono momenti in cui lo è di più ed è di questo che parla Il senso di una fine di Julian Barnes.

«Sono sopravvissuto. Come si dice “vivere per raccontarla”, giusto? Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta disinvoltamente, con il vecchio Joe Hunt; adesso lo so. E’ fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti».

«Tony Webster è un uomo senza qualità» recita la quarta di copertina. Non sono d’accordo. Io lo trovo un uomo acuto ed intelligente. Ma nel gruppetto di quattro giovani amici la cui storia viene ricostruita proprio a partire dai ricordi di Tony, viene rappresentato come il più ingenuo o come il portatore sano di una imperdonabile normalità. Più che senza qualità, Tony è un uomo medio e lo sono anche i suoi due amici Colin e Finn. Non lo è invece Adrian, dal primo momento presentato come un personaggio eccezionale, sul quale tutti nutrono grandi aspettative. Il tempo passa, i giorni della scuola finiscono, Colin e Finn assumono sempre meno peso nella storia fino a scomparire. Come di tanti amici dell’adolescenza, di loro si perdono le tracce. Rimangono Tony e Adrian, i due presunti antipodi in un asse che comprende solamente il genio e il colpevolissimo uomo medio. Il genio ha davanti a sé un luminoso futuro, il genio riesce a far innamorare Veronica, la stranissima ex ragazza di Tony. Ci sono tutti i presupposti perché Adrian diventi un vincente e Tony un fallito.

Ma nella vita non è tutto bianco o nero, ci dice Julian Barnes. Ad un tratto qualcosa si spezza. Senza un perché, senza preavviso, senza un senso appunto. Qual è il senso della fine di Adrian? Una strana eredità porterà Tony a doverselo chiedere, dopo tanti anni. Ma in fondo è la domanda che alberga dentro di lui da sempre. «Troppa intelligenza» ha sentenziato sua madre tanti anni fa. Questa domanda è il filo attraverso cui si snoda tutto il romanzo, che io ho letto tutto di un fiato. Volevo sapere. Il finale può scioccare, personalmente l’ho trovato poco verosimile, ma non starò qui a rovinarvelo. Vi dico solo a prescindere da ciò che accade nelle ultime due pagine ciò che conta è il percorso a ritroso nella memoria, il racconto di una vita che, come dice Garcia Marquez, non è mai quella che si è vissuta ma quella ricordata per raccontarla.

Consiglierei questo libro meno a dei giovani e più a delle persone dell’età dei miei genitori, per la difficoltà a capire fino in fondo alcune riflessioni di Tony. Tutto si può immaginare, ma altro è condividere un pensiero:

«Quando hai vent’anni, pur essendo confuso e dubbioso sulle tue mire e aspirazioni, hai comunque forte il senso di cosa sia la vita e di cosa tu sia o possa diventare, in quella vita. Dopo… beh, dopo ci sono più incertezze, più sovrapposizioni, marce indietro, falsi ricordi. Da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera. Più tardi la memoria si riempie di toppe e brandelli. E’ un po’ come la scatola nera degli aerei, che registra quel che accade in caso di incidente. Se non succede nulla, il nastro si cancella da sé. Perciò, se davvero precipiti, è chiaro perché l’hai fatto; ma se non vai giù, allora il giornale di bordo del tuo viaggio si fa assai meno limpido».

Soprattutto, oltre alla trama, una bellissima scrittura, un libro breve ma pensato in ogni suo dettaglio. Un incipit che si lega simmetricamente con l’explicit (paragrafo iniziale e finale bellissimi a mio parere). Insomma non un libro banale, un libro davvero ben scritto, per i miei gusti. E poi, gli Einaudi sono davvero di un’eleganza incomparabile.

«Un piccolo gioiello di concisione ed esattezza». (Los Angeles Times)

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All you need is… books

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Se sei single e odi con tutte le tue forze san Valentino. Per niente al mondo metteresti il naso fuori di casa in una serata in cui ci aspetta di vedere solo coppiette in circolazione. In numero inferiore o superiore a 2 al ristorante neanche ti fanno entrare. Non è serata, ti dicono, riprova e sarai più fortunato. L’anno prossimo, forse.

Se sei appena stato mollato e già al voltare la pagina di Febbraio del calendario hai avuto un mancamento. Lì, circondato da una scia di cuoricini tracciati in tempi migliori, troneggia il numero 14. Che non si potrebbe saltare direttamente a Marzo quest’anno?

Se “ti vedi con qualcuno” ma la cosa non è abbastanza seria da programmare uscite di san Valentino e forse non lo sarà mai. Se non ne sei consapevole o sufficientemente consenziente. Se ancora ci speri.

Se sei fidanzato, magari felicemente, e appunto che bisogno c’è di un giorno prestabilito dell’anno per dirsi quanto si è innamorati e farsi regali a forma di cuore e uscire per cena e… Ogni giorno è quello giusto.

Se sei sposato e hai alle spalle troppi san Valentino per trovarli ancora interessanti. Se l’ultima volta che avete cenato a lume di candela era saltata la luce. Se ai Baci Perugina associ solo la prova costume.

Se, se, se … qualunque sia la vostra situazione sentimentale ai peluche a forma di cuore, alle cene a lume di candela, alle rose rosse, ai cioccolatini c’è un rimedio. Ovviamente se siete qui lo sapete già: un libro. Per le vostre letture di san Valentino quest’anno vi propongo Noi due come un romanzo di Paola Calvetti.

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Emma fa la libraia (e questo già ci piace). La sua libreria è un posto strano, si chiama “Sogni & bisogni” e si propone di curare il mal d’amore con la letteratura. Detta così sembra una cosa stupida ma Emma la sa lunga sui libri d’amore e sulle persone e presto la sua libreria diventerà il crocevia di una folla di personaggi, uomini, donne, giovani e anziani accomunati dalla passione per i buoni libri. Il chiacchiericcio al quale la libreria fa da sfondo diventa il pretesto per catalogare letture, trame, personaggi della storia letteraria di tema amoroso. Ma non di soli libri romantici si nutre il romanzo. Sull’altra sponda dell’oceano c’è Federico, architetto, grande amore della giovinezza di Emma. Si scrivono, lettere di carta, raccontandosi di libri, amore, architettura, vita.

E’ un bellissimo romanzo. Leggero ma allo stesso tempo piacevole e talvolta profondo. Non perdetevelo, che siate uomini, donne, single, accasati… E buon san Valentino!

 

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Cime tempestose: l’amore che distrugge

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l’amore,

tenace come il regno dei morti è la passione.

(Cantico dei cantici)

Se vi sembrano parole familiari vi dico subito che è ad un matrimonio che le avete sentite. Spesso infatti questa parte del cantico dei cantici viene letta come salmo, a volte viene cantata. Queste parole mi sono tornate chiarissime alla mente dopo aver concluso la lettura di Cime tempestose, l’opera unica e senza tempo di Emily Bronte. Confesso che mi aveva ispirato la lettura il proposito, di certo poco originale, di proporla in un post di San Valentino. Ho subito accantonato l’idea e non perché la lettura non mi abbia soddisfatta. L’ho trovata sublime. Ma anche terribilmente triste, penosa, dura, potente.  Come l’ha definito Charlotte Brontë (sorella di Emily e autrice di Jane Eyre) è “un’opera moorish: selvatica e nodosa come una radice d’erica”.

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Non saprei se definirla una storia d’amore, mi trova più d’accordo il definirla come storia di una passione. E la passione può essere davvero distruttiva. Di certo non mi aspettavo la storia che ho letto. Heathcliff ama Catherine, Catherine ama Heatcliff e queste sono le nozioni basilari che tutti conosciamo di questo libro. Ma di solito i romanzi vittoriani hanno un iter prevedibile: la passione trova degli ostacoli, moltissimi, ma alla fine trova il modo di trionfare. Emily Bronte invece ci regala un’opera altamente anticonvenzionale. Se non l’avete letto non voglio dirvi troppo (anche perché dovete assolutamente leggerlo!) ma l’equazione Heatcliff ama Catherine e viceversa in questa storia non appare così scontata. Intanto perché l’amore che i due protagonisti nutrono reciprocamente appare un sentimento oscuro, distruttivo, ossessionante, in definitiva sbagliato, anche se il lettore non sa bene spiegarsi il perché.

Heatcliff ama Catherine sino al punto di considerarla la sua dannazione: «Devo rammentare a me stesso di respirare… devo quasi rammentare al mio cuore di battere! Ed è come comprimere una molla dura: è a viva forza che compio il minimo atto che non sia suggerito da un unico pensiero; ed è a viva forza che noto alcunché di vivo o di morto, che non sia associato a una sola idea universale. Ho un solo desiderio, e tutto il mio essere e facoltà anelano a raggiungerlo. È tanto che tendono ad esso, e così indefessamente, che sono convinto che sarà raggiunto, e presto, perché ha divorato la mia esistenza: sono assorbito dal presagio del suo adempimento». Perché questo amore non riesce a realizzarsi? Le convenzioni sociali, i terribili caratteri dei protagonisti di questo dramma contano poco, lo si intende leggendo. Il punto è che questo amore ha in sé una pulsione di morte e portarlo a compimento significherebbe davvero la fine di tutto. E così è. Il legame tra eros e thanathos qui è più forte che mai: «Ho forse bisogno di vivere? Che razza di vita sarà la mia quando tu… oh, Dio! Vorresti tu forse vivere con l’anima tua nella tomba?»

Catherine vive uno stesso profondo tormento: «A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa? I miei grandi dolori, in questo mondo, sono stati i dolori di Heathcliff, io li ho tutti indovinati e sentiti fin dal principio. Il mio gran pensiero, nella vita, è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualche cosa di immensamente estraneo: avrei l’impressione di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l’inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario. Nelly: io sono Heathcliff! Egli è stato sempre, sempre nel mio spirito: non come un piacere, allo stesso modo ch’io non sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così, non parlar più di separazione: ciò è impossibile e…

… E così egli non saprà mai quanto io lo ami; e ciò non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è più me di me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili: e quella di Linton è invece tanto differente dalla nostra quanto lo è la luna da un lampo, o il ghiaccio dal fuoco».

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E non venite a dirmi che è  il solito romanzo sentimentale. Io l’ho trovato l’antiromantico per eccellenza. In quest’opera c’è una dose di odio pari, se non superiore, a quella di amore.

«Possa svegliarsi fra i tormenti! – gridò Heathcliff con una spaventosa veemenza, picchiando i piedi, ruggendo di dolore in un improvviso parossismo d’irresistibile passione. – Sì, sì, bugiarda fino alla fine! Dov’è dunque? Non là… non in cielo… scomparsa, dove? Ah, tu dicevi che non t’importava nulla delle mie sofferenze! Ed io faccio una preghiera, e la ripeterò fin che la mia lingua si secchi: Catherine Earnshaw, possa tu non trovar mai riposo fin ch’io vivo! Tu dici che io ti ho uccisa: tormentami, allora. Le vittime perseguitano i loro assassini, io credo. Io so di fantasmi che hanno errato sulla terra. Sta sempre con me… prendi qualunque forma… rendimi pazzo! Ma non lasciarmi in questo abisso, dove non ti posso trovare! Oh Dio, è impossibile! Non posso vivere senza la mia vita, non posso vivere senza la mia anima»

Leggetelo. E dopo averlo letto, per favore, rispondete alla mia domanda: perché Heathcliff e Catherine non possono amarsi? O meglio perché il loro amore genera tanta sofferenza? Perché la sua unica possibilità di realizzarsi è nella morte? Trovo banali tutte le risposte che ho provato a darmi: le convenzioni sociali, l’orgoglio di Catherine, la cattiveria di Heathcliff (perché Heathcliff, badate bene, è cattivissimo e neppure l’amore che nutre per Catherine riesce a redimerlo)… Il problema è tutto nella passione in sé, un sentimento malsano, distruttivo, un amore che consuma nel senso letterale del termine. Un amore in definitiva come non siamo proprio abituati a leggerlo in un libro di quell’epoca. È per questo motivo che ho trovato il romanzo singolare, potente, duro… e imperdibile.

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